Lo stato del mondo secondo il Segretario di Stato Pietro Parolin
Il cardinale Pietro Parolin ha chiuso la sua settimana americana con un intervento che i diplomatici presenti hanno ascoltato in silenzio, e che assomiglia più a una radiografia che a un discorso. Davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il segretario di Stato vaticano ha tracciato una mappa delle crisi che attraversano il pianeta, e lo ha fatto con la precisione di chi conosce i dossier uno per uno.
Gaza, la Cisgiordania, l’Ucraina, il Sudan, il Sahel, il Mozambico, il Venezuela, Haiti, il Caucaso. Nessuna regione è stata risparmiata, nessuna tragedia è stata considerata minore.
Il punto di partenza è il tema stesso dell’Assemblea: il ripristino della fiducia. Parolin lo ha declinato in termini che la politica internazionale fatica a pronunciare.
Gli Stati, ha detto, dovrebbero andare oltre gli interessi nazionali ed economici per avviare discussioni comuni che privilegino il bene comune, incentrato sulla dignità di ogni persona umana.
Ha richiamato Leone XIV e la sua insistenza sul fatto che la persona rimane la misura di ogni progresso, in un’epoca che rischia di ridurla a consumatore, a dato, a strumento.
È una frase che pesa, perché tocca il cuore delle economie digitali e delle società della sorveglianza senza nominarle.
Da questa premessa discendono due conseguenze che il cardinale ha sviluppato con chiarezza. La prima riguarda il lavoro, che non è semplicemente un mezzo di produzione.
La seconda riguarda l’intelligenza artificiale, per la quale serve un ordinamento etico.
Il controllo di questi strumenti potenti non deve rimanere nelle mani di pochi eletti, ha detto Parolin, e devono essere al servizio dell’umanità.
Il passaggio sui sistemi d’arma autonomi letali, i LAWS, è tra i più duri del suo intervento, perché solleva questioni morali che nessuna regolamentazione tecnica può risolvere da sola.
Il segretario di Stato ha poi pronunciato la frase che riassume la posizione vaticana sulla guerra. Il trascorrere del tempo non rende una guerra meno intollerabile, al contrario rende ancora più grave la responsabilità di coloro che possono porvi fine.
È un monito che non ammette scuse, e che il cardinale ha applicato a ciascuno dei conflitti in corso. Sull’Ucraina ha chiesto un cessate il fuoco immediato, completo ed efficace, ricordando che dopo oltre quattro anni il bilancio delle vittime continua a salire.
Sulla Palestina ha ripetuto l’appello per la fine delle violenze in Cisgiordania, delle demolizioni di case, delle restrizioni alla libertà di movimento che causano lo sfollamento delle comunità.
Su Gaza ha descritto una crisi umanitaria grave, una distruzione diffusa, sfollamenti di massa e una carenza persistente di beni di prima necessità, esortando la comunità internazionale a lavorare per la soluzione dei due Stati.
Il cardinale ha anche guardato alle situazioni che i media trattano con minore attenzione.
Ha accolto con favore l’accordo quadro trilaterale tra Stati Uniti, Israele e Libano, esprimendo però seria preoccupazione per le difficoltà della sua attuazione.
Ha chiesto di salvaguardare la presenza dei cristiani in Libano, ha lanciato un appello accorato per la cessazione del conflitto in Sudan, ha menzionato la Repubblica Democratica del Congo e l’epidemia di Ebola che vi imperversa.
Ha osservato con preoccupazione l’avanzata dei gruppi jihadisti dal Sahel verso i paesi costieri del Golfo di Guinea, e la situazione del Cabo Delgado in Mozambico, destabilizzato dopo quasi nove anni di conflitto armato.
Non ha dimenticato il Venezuela, Haiti, Cuba, il Nicaragua, e ha incoraggiato Azerbaigian e Armenia a consolidare il processo di pace nel Caucaso meridionale.
Su un punto il porporato ha alzato il tono in modo particolare.
La concezione prevalente di sicurezza, ha detto, che si basa sulla deterrenza e sul dominio militare, non è né inevitabile né esaustiva.
Esiste un altro approccio, che considera l’impatto delle politiche sulla vita e sulla dignità umana e che si fonda sulla cooperazione multilaterale e sulla responsabilità verso le generazioni future.
È una critica radicale alla logica del riarmo che sta attraversando l’Europa e il mondo, e Parolin la formula senza attenuazioni, sapendo che pochi tra i presenti la condivideranno.
L’ultimo passaggio del suo intervento riguarda il linguaggio.
Un multilateralismo autentico, ha detto il cardinale, richiede un accordo sul significato delle parole.
Quando il linguaggio viene svuotato di contenuto o deliberatamente distorto, il dialogo diventa impossibile.
È una considerazione che vale per la diplomazia come per la politica interna, e che il segretario di Stato vaticano ha pronunciato con la sobrietà di chi sa che le parole, quando perdono il loro rapporto con le cose, diventano strumenti di potere e non di comprensione.
Il cardinale Parolin ha concluso la sua settimana newyorkese senza annunciare risultati, senza rivendicare successi, senza cercare applausi.
Ha fatto il suo dovere, che consiste nel dire ciò che va detto davanti a chi ha il potere di agire.
Il resto appartiene al tempo, e il tempo, come ha ricordato lo stesso porporato in una delle sue prime battute, non rende le guerre meno intollerabili. Le rende più colpevoli.
RVSCB
Bibliografia
Gagliarducci, Andrea, Parolin alle Nazioni Unite, preoccupazione per Gaza, Ucraina, Sahel, Centro-America, ACI Stampa, 26 settembre 2026.
Vatican News, Parolin all’ONU: pace, giustizia e verità guidino la diplomazia, 26 settembre 2026.
Vatican News, Parolin alla Global Alliance: la soluzione dei due Stati è l’unico percorso praticabile ed equo, 25 settembre 2026.
Vatican News, Parolin all’ONU: l’IA al servizio dello sviluppo umano integrale, 23 settembre 2026.
Osservatore Romano, Il cardinale Parolin al Dibattito Generale della 81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 26 settembre 2026.
Santa Sede, Intervento del cardinale Pietro Parolin alla 81ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Segreteria di Stato, Città del Vaticano 2026.
Leone XIV, Magnifica humanitas, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2026.
United Nations, General Debate of the 81st Session of the United Nations General Assembly, UNGA81, New York 2026.