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Femminicidio: Quando l’assassino è tuo Figlio. Sgomento e Impotenza dei Genitori

Negli ultimi anni la ferocia degli adolescenti è diventata un’escalation che non si può ignorare le cronache si riempiono con inquietante regolarità di casi di femminicidio compiuti da ragazzi giovanissimi. Non uomini maturi, non criminali navigati, ma studenti, ventenni, figli di famiglie qualsiasi. Ragazzi spesso incensurati, educati, che fino a poco tempo prima sembravano condurre una vita normale. Eppure, di fronte a un “non ti amo più”, scattano con una violenza cieca e brutale. Non c’è gradualità, non c’è controllo, solo rabbia e possesso. Quello che dovrebbe essere dolore viene convertito in distruzione.

Le vittime collaterali: genitori in un limbo di vergogna e incredulità

Di fronte a un femminicidio, l’attenzione si concentra – giustamente – sulla vittima e sulla sua famiglia. Ma c’è un’altra parte che spesso resta nell’ombra: i genitori dell’assassino. Persone comuni, che si trovano all’improvviso a essere genitori di un mostro. La cronaca li mostra attoniti, spesso incapaci di parlare. Non difendono, non giustificano. Si chiedono solo: “Dove abbiamo sbagliato?”. Sono vittime del crollo di una narrazione che li accompagnava: quella del bravo ragazzo, del figlio normale. E ora restano soli, sospesi in un misto di colpa, dolore, impotenza e una vergogna che nessuno sa come consolare.

Quando il rifiuto diventa intollerabile: fragilità costruite nel silenzio

Molti di questi ragazzi sembrano semplicemente incapaci di accettare un no. Un addio, una porta chiusa, una relazione finita. Non reggono la frustrazione, si sentono svuotati, disintegrati. Il rifiuto diventa un affronto, uno sfregio all’identità. E questo non nasce per caso. È il frutto di una società che da tempo rimuove il concetto di perdita, frustrazione e rinuncia. Un mondo dove tutto è a portata di clic, dove la gratificazione è istantanea, dove l’“io voglio” vale più del “io sono”. Così, quando arriva il dolore vero – quello che non puoi spegnere o bypassare – esplodono.

La mascolinità tossica non è finita: è solo cambiata forma

Anche se abbiamo fatto passi avanti in materia di parità, emancipazione e cultura del consenso, resta un nodo irrisolto: il concetto arcaico di possesso. Troppi ragazzi ancora oggi crescono interiorizzando, più o meno inconsciamente, l’idea che una donna debba appartenere. Non essere libera, ma essere scelta. E se quella scelta si spezza, la loro identità crolla. Questa radice non è nuova: è antica, tribale, biblica. La donna tolta dal costato dell’uomo, la moglie come proprietà, la vergogna del ripudio. Tutto questo sedimenta ancora, in silenzio, nei linguaggi, nei gesti, nei riferimenti culturali. Non basta dire che siamo nel 2025. Se l’istinto è quello di punire chi ci lascia, allora qualcosa di profondamente marcio resiste.

Il fallimento educativo: troppe parole, pochi limiti

Si parla spesso di genitori “amici”, di famiglie affettuose, ma raramente si parla di educazione emotiva. I genitori oggi – non tutti, ma molti – tendono a proteggere i figli da qualsiasi disagio. Giustificano, coprono, negoziano anche l’inaccettabile. Ma i limiti sono fondamentali. Non solo per contenere, ma per insegnare a sopportare. Perché l’amore finisce, le cose non vanno sempre come vogliamo, la vita è anche perdita. E se non educhiamo i figli a reggere l’urto di un no, lasciamo che siano l’ego e l’istinto a reagire. E quando l’istinto prende il sopravvento, può diventare fatale.

Uomini che odiano il vuoto: il bisogno patologico di essere qualcuno per qualcuno

Molti femminicidi hanno un filo rosso che li lega: l’ossessione. L’uomo che uccide perché non sopporta di essere lasciato non sta punendo solo la donna. Sta cercando disperatamente di riempire un vuoto. Vuoto di identità, vuoto di riconoscimento, vuoto di senso. È un urlo che dice: “Se non mi ami, allora non esisto. E se non esisto, ti cancello”. La relazione, in questi casi, è un’àncora malata, l’unico appiglio per sentirsi vivi. Quando salta, crolla tutto. E in quel crollo, l’altro viene annientato. È una dinamica da manuale, eppure ancora così sottovalutata.

La solitudine dei padri e delle madri: tra stigma e silenzio

Cosa resta ai genitori di un femminicida? Una casa vuota, una stanza che non ha più senso, il nome del figlio associato per sempre al male. Sono messi ai margini, considerati corresponsabili o, peggio, complici silenziosi. Ma spesso non hanno colpe. Hanno vissuto con un figlio che non conoscevano davvero, o che non si è mai mostrato per quello che era diventato. Il dolore di questi genitori è doppio: la perdita del figlio – perché anche se è vivo, è morto come figlio – e la condanna sociale. Sono famiglie che pagano un prezzo altissimo, invisibili tra le macerie della tragedia.

Il coraggio educativo: più cultura del limite, più ascolto profondo

Non si previene un femminicidio solo con le leggi o con i braccialetti elettronici. Serve un cambiamento culturale profondo. Serve educare al rifiuto, alla frustrazione, al distacco. Serve ridare valore alla parola “no” e alla capacità di stare nel dolore senza distruggere. Serve smascherare quella mascolinità tossica che ancora si nutre di silenzi, modelli distorti e dominio. E serve ascoltare anche chi resta dopo l’orrore: quei genitori spezzati, sgomenti, che si chiedono ogni giorno dove abbiano perso il filo. Non per assolverli, ma per non smettere mai di domandarci: “Come siamo arrivati fin qui?”.


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