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La cicatrice che racconta la scelta

Una frase di Nietzsche ha attraversato il Novecento e continua a tornare: ciò che non ci uccide ci rende più forti. L’uomo che l’ha scritta non era un ottimista e non intendeva consolare. Intendeva dire che la sofferenza, quando non distrugge, trasforma.

Ogni ferita attraversata diventa una scuola che nessun’altra esperienza può sostituire.
Il dolore può logorare, oppure insegnare. La sofferenza può spegnere, oppure donare una luce nuova.
La vita non risparmia nessuno, e premia chi trova un significato anche nel buio.
Ogni cicatrice racconta dove sei caduto e dove hai scelto di rialzarti.
Gesù, nel Vangelo di Giovanni, ha detto due cose importanti sull’amore che proviamo gli uni per gli altri.
La prima è che tutti sapranno che siamo suoi discepoli se ci amiamo gli uni gli altri.
La seconda è che la nostra unità in Lui mostrerà a chi ci circonda che Dio Lo ha mandato nel mondo.
Due affermazioni che, messe insieme, costituiscono il cuore dell’identità cristiana.
L’amore reciproco. Il modo in cui i discepoli si amano è la prova che Cristo è venuto.
Non ci sono altri segni, non ci sono altre credenziali.
L’apostolo Giovanni, anni dopo la risurrezione, scrisse tre brevi lettere ai seguaci di Gesù.
Nella prima ha dedicato del tempo a spiegare come amare e perché è importante farlo.
L’amore è da Dio, scrive. Se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo.
E arriva persino a dire una cosa che suona come una condanna senza appello: se uno dice di amare Dio ma odia suo fratello, è bugiardo.
Perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto.
L’amore per gli altri è la prova che l’amore di Dio è in noi.
Se affermiamo di amare Dio, dobbiamo essere disposti a mostrare amore l’uno per l’altro.
Questa non è una morale. È una conseguenza. Chi ha conosciuto l’amore di Dio riversa sugli altri ciò che ha ricevuto, perché la fonte non si esaurisce.
Chi pretende di amare Dio mentre disprezza il fratello vive in una menzogna che prima o poi lo consumerà. Giovanni lo dice senza mezzi termini, e la sua franchezza è più consolante di qualsiasi diplomazia, perché restituisce la verità: la fede si misura sull’amore, non sulle parole.
Il mondo in cui viviamo è pieno di rabbia e di conflitti.
Gesù lo sapeva, e proprio per questo ha fatto dell’amore una priorità assoluta.
Non un sentimento, ma una scelta.
Non un’emozione, ma una decisione che si rinnova ogni giorno, soprattutto quando l’altro non la merita. Amare chi ci ferisce, e farlo senza aspettare di essere ricambiati, perché l’amore ricevuto è più grande di qualsiasi torto subito.
Questo è il cristianesimo, quando è autentico. Tutto il resto è contorno.
Le due riflessioni, quella di Nietzsche e quella di Giovanni, si incontrano in un punto preciso. Entrambe dicono che l’uomo si trasforma attraverso ciò che vive.
La trasformazione autentica non lo rende più duro: lo rende più capace di amare.
Chi ha sofferto senza indurirsi ha compiuto un cammino difficile.
Chi ha conosciuto il tradimento senza diventare diffidente ha compiuto un cammino più raro.
In lui gli altri vedono qualcosa che non si spiega con le categorie ordinarie.
Vedono un uomo che avrebbe avuto tutte le ragioni per chiudersi e che invece si apre.
Vedono un uomo che ha conosciuto il male e che ha scelto il bene.
In quella scelta, che è insieme umana e divina, il mondo intravede la possibilità di un’altra vita.
La ferita che ci ha risparmiati è diventata una porta.
La cicatrice che portiamo segna un passaggio, non una sconfitta.
L’amore che scegliamo di dare, nonostante tutto, è la prova che Dio è venuto.
Non perché siamo migliori degli altri, ma perché abbiamo ricevuto un amore che ci supera e che ci chiede di essere trasmesso.
La vita non risparmia nessuno, ma premia chi trova un significato anche nel buio.
Il significato, alla fine, è sempre lo stesso: amare.
Nonostante tutto.
Fino alla fine.

RVSCB

Bibliografia

Nietzsche, Friedrich, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 1983.

Giovanni apostolo, Prima lettera, in Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 1974.

Giovanni apostolo, Vangelo secondo Giovanni, in Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 1974.

Agostino, Commento alla Prima lettera di Giovanni, Città Nuova, Roma 2001.

Benedetto XVI, Deus caritas est, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005.

Leone XIV, Magnifica humanitas, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2026.

Merton, Thomas, La preghiera come amore, Garzanti, Milano 1998.

Weil, Simone, Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1976.

Guetti, Florelle, Riflessione sull’amore reciproco, 1 ottobre 2026.


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