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La voce che parla nel silenzio arriva quando meno te l’aspetti. Non urla e non pretende. Eppure è l’unica voce che conti davvero, e milioni di persone passano la vita senza averla mai sentita, perché il rumore del mondo copre tutto. Chi ha la ventura di udirla sa che essa non promette nulla. Chiede soltanto di essere seguita, e questa richiesta è la più difficile che un essere umano possa ricevere.

Migliorare spiritualmente significa diventare più veri. Questa è la prima verità che il linguaggio comune occulta. Significa togliere le maschere indossate per essere accettati, abbandonare i ruoli recitati per non deludere. È un’operazione dolorosa, perché richiede di lasciar cadere ciò che non ci appartiene più. Chi intraprende questo cammino scopre che la santità non è un traguardo da raggiungere, ma una direzione da prendere. La direzione è sempre verso l’interno, verso quel centro che nessuno può violare.
C’è un momento, nel cammino di ogni uomo, in cui tutte le risposte imparate a memoria smettono di funzionare. Le preghiere recitate senza cuore si svuotano, e le certezze costruite con fatica si incrinano come castelli di sabbia. È il momento più buio e più fecondo dell’esistenza, perché solo quando tutto crolla si può finalmente vedere ciò che resta. E ciò che resta, spesso, è molto poco. È nudo. È vero.
Migliorare spiritualmente significa stare in silenzio più a lungo. Il silenzio, che questa cultura considera una perdita di tempo, è il luogo in cui la verità si manifesta. Chi tace scopre cose di sé che il frastuono nascondeva. E tra queste cose c’è il perdono rivolto a se stessi.
Perdonarsi per le volte che non abbiamo saputo fare diversamente, per le volte che abbiamo ceduto alla paura. Il perdono di sé è la forma più radicale di misericordia, perché richiede di accettare che siamo esseri imperfetti e che questa imperfezione non ci rende indegni di amore.
C’è una notte che ogni uomo conosce, e che nessuno racconta volentieri.
È la notte in cui si rimane svegli a fissare il soffitto, e tutte le domande che di giorno si riescono a soffocare emergono con violenza. Chi sono io, e dove sto andando.
La risposta, in quella notte, è il silenzio.
Un silenzio che spaventa più di qualsiasi risposta sbagliata.
Ma è in quel silenzio che qualcosa comincia a muoversi.
È in quella notte che l’anima, stanca di recitare, si mette finalmente a nudo.
Accettare di essere stanchi e confusi, e offrire tutto questo come preghiera.
Il dolore, quando viene offerto, smette di essere una condanna e diventa un’offerta.
Non si tratta di masochismo né di rassegnazione.
Si tratta di riconoscere che nulla di ciò che viviamo è privo di senso, e che anche la notte più oscura può diventare un luogo di incontro con qualcosa che ci supera.
Chi ha imparato questa lezione smette di combattere contro la propria fragilità e comincia a dimorarvi, scoprendo che la fragilità è la porta attraverso cui la grazia entra.
Migliorare spiritualmente significa stare dentro il mondo senza esserne posseduti.
Fare il proprio lavoro, combattere le proprie battaglie, costruire i propri progetti, ma senza identificarsi con tutto questo.
Senza credere che la propria salvezza dipenda da una sentenza o da un successo.
Il distacco che i mistici di ogni tradizione hanno praticato è la capacità di amare le cose senza esserne schiavi.
Ho conosciuto uomini che avevano tutto e non avevano nulla.
Ho visto persone che sorridevano mentre dentro morivano, e altre che piangevano mentre dentro rinascevano.
Ho imparato che il successo non misura un uomo, e che il fallimento non lo definisce.
L’unica cosa che conta è se, a un certo punto della sua vita, quell’uomo ha avuto il coraggio di guardarsi allo specchio e di dire la verità.
Non quella che gli altri volevano sentire, non quella che faceva comodo.
La sua verità.
Migliorare spiritualmente significa imparare a stare nel vuoto senza riempirlo, a stare nella notte senza aspettare l’alba, a fidarsi di qualcosa che non si vede e non si tocca.
È la lezione più difficile, perché richiede di rinunciare alla pretesa di essere padroni della propria vita.
Richiede di accettare che la salvezza non è un progetto che si realizza, ma un dono che si riceve.
E i doni, si sa, non si comandano.
Arrivano quando meno li aspetti, da chi meno te lo aspetti, nella forma che meno avevi immaginato.
Il cammino spirituale, quando è autentico, non produce uomini perfetti.
Produce uomini veri, capaci di guardare la propria ombra senza fuggire e di stare nella propria notte senza cercare anestetici.
La Madonna, quando appare a chi ha bisogno di lei, non chiede di essere migliori.
Chiede di essere autentici.
E l’autenticità, che il mondo teme più di ogni altra cosa, è l’unica strada che conduce alla pace.
Perché la pace non è l’assenza di conflitto, ma la presenza di una verità che nessuna tempesta può scalfire. Ed è quella verità, e solo quella, che può salvare un uomo.
Non le sue opere e non i suoi meriti.
Solo la verità di ciò che è, accolta senza riserve e amata senza paura.

RVSCB

Bibliografia

Merton, Thomas, La montagna dalle sette balze, Garzanti, Milano 1995.

Weil, Simone, Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1976.

Kierkegaard, Søren, Timore e tremore, Edizioni di Comunità, Milano 1962.

Hillman, James, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997.

Tolle, Eckhart, Il potere di Adesso, Astrolabio, Roma 1999.

Merton, Thomas, La preghiera come amore, Garzanti, Milano 1998.

Nhat Hanh, Thich, La pace è ogni passo, Sperling & Kupfer, Milano 1998.

Agostino, Le confessioni, Einaudi, Torino 1995.


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