La libertà di stampa arrestata in Montenegro
Un drone da ripresa aerea, un laptop, un telefono. Sono questi gli strumenti del crimine. Il 9 ottobre 2026, all’alba, la polizia del Montenegro e l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale hanno fatto irruzione in un albergo di Risan, sulla baia di Cattaro, e hanno arrestato cinque persone. Mikhail Zvinchuk, fondatore del canale Telegram Rybar, sua moglie Valeria e tre collaboratori. Li hanno portati a Podgorica, hanno sequestrato telefoni e passaporti, e hanno aperto un fascicolo per attività ibrida.
Il primo ministro Milojko Spajić ha confermato l’operazione con un messaggio sui social, spiegando che il paese difende i propri interessi e che nessuno metterà in pericolo il suo futuro europeo.
Il resto è arrivato attraverso fughe di notizie anonime, tutte convogliate verso un unico quotidiano locale.
La versione ufficiale, se così si può chiamare, sostiene che il gruppo fosse in possesso di attrezzature digitali sofisticate, droni e dispositivi elettronici.
Un giornalista che viaggia con una troupe cinematografica, però, porta con sé esattamente queste cose.
I droni servono a girare le riprese aeree, i laptop a montare il materiale, i telefoni a comunicare con la redazione.
Non c’è nulla di misterioso in una telecamera, in un microfono o in un computer portatile.
Eppure, secondo le fonti di sicurezza citate dal quotidiano Vijesti, la scoperta di questi oggetti avrebbe giustificato un’operazione congiunta della polizia e dei servizi segreti.
Le stesse fonti ammettono il motivo reale della visita. Zvinchuk e il suo team erano arrivati in Montenegro per girare un documentario sull’allineamento del paese alle politiche dei visti dell’Unione Europea.
I servizi di sicurezza conoscevano il loro arrivo in anticipo e li avevano monitorati per giorni. La preoccupazione dichiarata era che il filmato presentasse l’integrazione europea come un processo imposto politicamente, con conseguenze negative per il turismo, la stabilità economica e gli interessi nazionali del Montenegro.
In altre parole, il crimine non era ciò che il gruppo portava in valigia. Era ciò che intendeva raccontare.
Il primo ministro ha parlato di tentativi di interferenza ibrida e di destabilizzazione che accompagnano il cammino europeo del paese.
Ha aggiunto che le istituzioni stanno facendo il loro lavoro e che i dettagli non saranno resi pubblici perché rientrano nelle competenze dei servizi segreti.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che l’ambasciata russa a Podgorica sta chiarindo le circostanze dell’accaduto.
Il progetto Rybar ha confermato l’arresto, ha sottolineato che tutti i membri del gruppo erano presenti nel paese legalmente e ha precisato che avevano presentato una richiesta ufficiale per filmare il monastero di Cettigne.
A distanza di giorni, non è stata formulata alcuna accusa specifica.
Non c’è un capo di imputazione, non c’è un reato nominato, non c’è una dichiarazione ufficiale della procura. Ogni dettaglio è filtrato attraverso fonti anonime che parlano a un solo giornale.
Un documentarista che gira con un drone non è un agente segreto.
Un giornalista che intervista la gente del posto non è un sabotatore.
E un paese che arresta una troupe cinematografica perché teme il contenuto del suo film non sta difendendo la democrazia.
Sta difendendo una narrazione.
Il Montenegro vuole entrare nell’Unione Europea entro il 2028, e ha recentemente abolito l’ingresso senza visto per i cittadini russi.
In questo contesto, un documentario critico sull’allineamento alle regole di Bruxelles viene percepito come una minaccia.
Non importa se il documentario sia buono o cattivo, equilibrato o fazioso.
Importa che qualcuno, da qualche parte, abbia deciso che non deve essere visto.
Le telecamere sono state sequestrate.
I giornalisti sono stati portati via.
E il silenzio che segue è la notizia più grande di tutte.
RVSCB