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Tu non sei la tua paura né il turbinio dei pensieri

Chi si osserva con onestà scopre presto una verità scomoda: gran parte del dolore che attraversa l’esistenza non nasce dagli eventi esterni, bensì dall’identificazione con due fantasmi interiori. Il primo si chiama paura, e assume le forme più varie – timore del domani, angoscia per un giudizio altrui, terrore di perdere ciò che si possiede. 

Il secondo risponde al nome di pensiero, quel flusso incessante di parole e immagini che scorre nella mente come un fiume in piena, pretendendo di dettare leggi sulla realtà.

L’uomo comune, educato a credersi la somma delle proprie paure e dei propri pensieri, trascorre l’esistenza in uno stato di servitù volontaria.

Non sospetta nemmeno che esista una terza posizione, un luogo interiore donde osservare il passaggio delle nuvole senza lasciarsi travolgere.
La sapienza antica, quella che i mistici di ogni tempo hanno cercato di trasmettere nonostante le difficoltà del linguaggio, insegna che l’identità autentica risiede altrove. L’individuo che riesce a distinguersi dalla propria paura compie un passo decisivo verso la libertà.
La paura, allora, si rivela per ciò che realmente rappresenta: una reazione fisiologica dell’organismo, un segnale di allarme che il corpo emette dinanzi a una minaccia percepita.
Ma la minaccia, nella maggior parte dei casi, abita soltanto nella mente che la produce.
Quando si impara a osservare la paura senza inseguirla, quando la si lascia attraversare il campo della coscienza come un cavallo selvaggio che galoppa senza guida, la sua presa si allenta fino a diventare trascurabile.
Lo stesso principio vale per i pensieri.
Il loro flusso non cesserà mai, questo è certo; ma si può scegliere di non salire su ogni carrozza che passa.
La pratica del lasciar andare costituisce l’arte più difficile e insieme la più redentrice.
L’uomo moderno, cresciuto nell’illusione di poter controllare ogni variabile della propria vita, considera l’abbandono come una resa o una debolezza.
Al contrario, l’abbandono rappresenta la forma più alta di intelligenza, perciocché riconosce i limiti della volontà individuale dinanzi all’immensità del reale.
Non si può governare il vento, né arrestare la pioggia, né costringere un’altra persona ad amare secondo i propri desideri.
Ciò che si può fare, invece, consiste nell’accogliere gli eventi con la stessa naturalezza con cui un contadino accoglie le stagioni.
Il contadino non impreca contro l’inverno; semina in attesa della primavera e raccoglie in autunno, consapevole che il ciclo sfugge al suo dominio.
L’affidamento a una volontà più grande, a un disegno che abbraccia il singolo senza annullarlo, completa questo cammino.
Gli antichi chiamavano questa forza con nomi diversi: Provvidenza, Dharma, Tao, Grazia.
I credenti la chiamano Dio.
Non occorre aderire a una dottrina particolare per sperimentare la verità dell’affidamento.
Basta aprire gli occhi sulla propria piccolezza, sulla fragilità dei propri piani, sulla frequente vanità delle proprie ansie.
Quante notti insonni si sono rivelate, al mattino, completamente inutili? Quanti timori si sono dimostrati infondati? Quante energie sprecate nel tentativo di modificare ciò che la natura aveva già scritto in un altro modo?
Chi affida la propria vita a chi ne sa più di lui non rinuncia alla responsabilità, ma cessa di portare pesi che non gli appartengono.
La quiete che ne deriva possiede una qualità rara nella società frenetica.
Non è la tranquillità del sonno, né l’apatia del rassegnato.
Assomiglia piuttosto alla calma del viandante che, dopo aver consultato la mappa e scelto la direzione, cammina senza affanno, sapendo che la destinazione si rivelerà al momento giusto. Ogni passo contiene in sé il senso dell’intero cammino, e l’ansia per l’arrivo cessa di avvelenare il presente.
I grandi maestri della tradizione perenne hanno sempre posto l’accento su questa verità.
Gli Stoici insegnavano a distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende, e a concentrare le energie soltanto sul primo dominio.
I Buddhisti predicavano il distacco dall’illusione di un sé separato, fonte di ogni sofferenza.
I mistici cristiani parlavano di abbandono alla volontà divina come della via più breve alla santità.
Tutti concordavano su un punto essenziale: la paura e i pensieri non costituiscono l’essenza dell’uomo.
L’essenza abita più in profondità, in quella regione silenziosa dove il controllo cede il passo all’accoglienza e la lotta si trasforma in danza.
Osserva dunque il tuo respiro. In questo stesso istante, mentre le parole scivolano sotto i tuoi occhi, la paura del domani è soltanto un’ombra che il pensiero proietta sul muro.
Puoi scegliere di guardarla, riconoscerla, ringraziarla per il suo servizio di avvertimento, e poi lasciarla passare.
Allo stesso modo, il fiume dei pensieri continuerà a scorrere, ma tu puoi sederti sulla riva invece di lasciarti trascinare dalla corrente.
Ciò che resta, quando la paura e i pensieri smettono di comandare, è uno spazio luminoso, una presenza semplice e indistruttibile. In quello spazio risiede la tua identità più vera.

E in quello spazio, finalmente, puoi respirare senza affanno.

RVSCB

Bibliografia

Epitteto, Manuale, trad. it. di A. Taglia, BUR, Milano 1991
Marco Aurelio, Colloqui con se stessi, trad. it. di F. Cazzola, Mondadori, Milano 1997
Boezio, Anicio Manlio Torquato Severino, La consolazione della filosofia, trad. it. di L. Orlandi, BUR, Milano 2000
Kierkegaard, Søren, La malattia mortale, trad. it. di C. Fabro, Sansoni, Firenze 1971
Krishnamurti, Jiddu, La libertà dal conosciuto, trad. it. di A. L. Rossi, Astrolabio, Roma 1968
Tolle, Eckhart, Il potere di Adesso, trad. it. di V. Di Giuro, Urra, Milano 2001
Watts, Alan, La saggezza dell’insicurezza, trad. it. di A. C. Cappi, Ubaldini, Roma 1971


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