Panem et circenses 2026: il rumore di fondo che ha seppellito la coscienza
Nell’antica Roma il popolo chiedeva pane e giochi, e i potenti glieli concedevano. Il pane addolciva la fame, i giochi (i circenses) addormentavano la mente. Così il cittadino, sazio e distratto, smetteva di guardare il senato che bruciava le sue libertà.
Duemila anni dopo l’impasto è più raffinato, ma la ricetta non è cambiata. Il pane ora si chiama sussidio a pioggia, reddito di cittadinanza eterno, bonus sulla fiducia senza controllo.
I giochi si chiamano TikTok, serie tv infinite, notizie che si divorano in trenta secondi prima di passare alla prossima. E il popolo, oggi come ieri, applaude. Non perché sia stupido. Perché è stanco.
E la stanchezza, quando diventa cronica, trasforma l’uomo in un osservatore passivo della propria stessa lenta agonia.
Il meccanismo è semplice e diabolico. Si tiene la pancia piena giusto quanto basta per evitare la rivoluzione, e la mente occupata giusto quanto basta per impedire il pensiero critico.
Lo smartphone è il circenses perfetto: non chiede spostamenti, non richiede biglietti, non ha orari. Entra in tasca e spara dopamina a comando.
Una notifica ogni minuto, un’indignazione ogni ora, un’emozione profonda forse una volta al mese e subito annegata da un meme.
L’utente medio passa cinque ore al giorno sullo schermo. Cinque ore di attenzione venduta al miglior offerente.
Cinque ore di vita che non torneranno più, durante le quali qualcuno ha deciso cosa vedere, cosa provare, cosa odiare. E il bello è che nessuno te lo impone. Tu lo scegli. Oppure no?
La libertà, oggi, non è minacciata da un cesare che arresta i dissidenti.
È minacciata da un’architettura invisibile che trasforma ogni momento vuoto in un momento riempito, ogni silenzio in un rumore, ogni dubbio in una certezza da likare. I padroni del circo non sono più visibili. Non siedono in tribuna imperiale. Sono algoritmi. I loro nomi: feed, scroll, swipe.
E la loro legge: non lasciare mai l’utente da solo con se stesso. Perché la solitudine, quella vera, è il luogo dove nascono le domande scomode. E le domande scomode sono il nemico numero uno dell’ordine costituito.
L’Italia del 2026 offre un panorama desolante. I talk show discutono di tutto tranne che della struttura del potere. Le piazze si riempiono solo per concerti o partite. I giovani sanno nominare cento influencer ma non sanno dire chi governa la loro regione. Non è colpa loro.
È che il sistema scolastico non insegna più a leggere le ingiustizie, insegna a superare i test. Le famiglie sono esauste, divise, spesso anch’esse ipnotizzate dallo stesso schermo che ipnotizza i figli. E la politica, invece di spezzare il circuito, lo alimenta. Perché un popolo addormentato non vota contro. Non manifesta. Non chiede conto. Un popolo addormentato è un popolo governabile.
Ma la vera provocazione è un’altra. E se il pane e i giochi non fossero solo un trucco dei potenti, ma una scelta del popolo? E se l’uomo contemporaneo preferisse la distrazione alla libertà perché la libertà fa paura? Essere liberi significa scegliere. E scegliere significa sbagliare.
Meglio delegare a un algoritmo, a un politico, a una moda. Meglio lasciare che qualcun altro decida cosa guardare, cosa comprare, cosa pensare. Così, quando qualcosa va storto, si può sempre dire: non è colpa mia. L’ho visto in tv. Me l’ha detto l’influencer. Era tendenza.
Il cristianesimo delle origini combatteva i circenses con il martirio.
Rifiutava di entrare nell’arena, di applaudire la violenza, di omologarsi al divertimento obbligatorio.
Oggi il martirio non richiede il sangue. Richiede il coraggio di spegnere lo schermo e guardarsi dentro. Richiede di restituire i bonus che non servono, di smettere di guardare programmi che ci rendono più stupidi, di tacere quando la folla grida ingiustamente e di parlare quando tutti tacciono per paura.
È una scelta solitaria. Non viene premiata, non viene likata, non viene condivisa. Ma è l’unico antidoto.
Il sussidio che non controlli non è un diritto, è una catena.
Lo show che non scegli non è intrattenimento, è una gabbia.
L’opinione che non hai verificato non è una convinzione, è una suggestione.
E la coscienza non è un accessorio da esibire nei momenti comodi.
È il luogo dove decidi chi vuoi essere quando nessuno ti guarda. Oggi, in questa repubblica delle banane mediatiche e dei politici seduti sugli scranni a fare finta di governare, l’atto più rivoluzionario è ancora uno: uscire dal circo.
Non con rabbia. Con stanchezza autentica. E poi con un silenzio lungo, fertile, da cui potrà nascere qualcosa di nuovo. O forse no. Forse resterà solo il silenzio.
Ma almeno sarà tuo.
RVSCB
Bibliografia professionale
1. Perniola, M., Del sentire, Einaudi, Torino 1991. (Capitoli sulla società dello spettacolo e l’estinzione dell’interiorità).
2. Han, B.C., Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere, nottetempo, Roma 2014. (Saggio sul passaggio dalla disciplina al controllo tramite la stimolazione continua).
3. Debord, G., La società dello spettacolo, 1967 (trad. it. Baldini & Castoldi, Milano 1997). (Tesi 1-20 sullo spettacolo come separazione e addormentamento delle coscienze).
4. Zuboff, S., Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma 2019. (Parte II sul “raccolto di comportamenti” e la manipolazione delle scelte).
5. Carr, N., The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains, W.W. Norton & Company, New York 2010. (Capitoli 5-6 sull’indebolimento dell’attenzione profonda).
6. Vattimo, G., La società trasparente, Garzanti, Milano 1989. (Riflessioni sull’illusione della trasparenza e la dissoluzione della verità).
7. Postman, N., Amusing Ourselves to Death, Viking, New York 1985. (Primi tre capitoli: previsione della dittatura del divertimento).
8. Pasolini, P.P., Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975. (L’articolo “Il vuoto del potere” e la critica all’omologazione consumistica).
9. Galimberti, U., I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2009. (Saggio sull’ossessione dello schermo e la perdita del contatto con la realtà).
10. Eco, U., Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano 1964. (Parte finale sulla cultura di massa come strumento di consenso passivo).
Nota: La bibliografia segue la norma ISO 690:2010. I capitoli indicati sono a titolo orientativo per il lettore che voglia approfondire i meccanismi della distrazione di massa e le resistenze possibili.