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L’Occidente ha succhiato il midollo del mondo ed è ancora affamato

Un ragazzo in Bangladesh assembla smartphone per otto dollari al giorno e accanto a lui un manifesto pubblicitario esalta l’ultimo modello che quel ragazzo non potrà mai permettersi.

Questa immagine ripete da secoli la stessa liturgia dello sfruttamento, perché l’Occidente ha sempre chiamato sviluppo il saccheggio dei continenti, democrazia l’imposizione delle proprie regole e aiuti umanitari il controllo dei debiti altrui.

Oggi che i ghiacci si sciolgono, che le disuguaglianze scavano voragini senza fondo e che milioni di esseri umani fuggono da guerre finanziate con le tasse dei paesi ricchi, i grandi della terra si riuniscono in sontuosi summit sulla sostenibilità.

Arrivano a bordo di jet privati, si spostano con flotte di auto blindate, discutono di decrescita felice mentre fuori dalle sale operative la polizia carica i manifestanti.

Nessuno trova strano questo corteo di ipocrisie, perché l’ipocrisia è diventata l’unica religione ancora praticata con fervore.

I nuovi zar della finanza possiedono case in tre continenti e orologi che misurano un tempo che non hanno il coraggio di vivere.

Parlano di filantropia, intitolano a se stessi biblioteche e musei, e intanto i loro fondi speculano sulle materie prime, sulla salute dei malati, sulle scuole dei poveri.

Hanno capito che la libertà vera è pericolosa, perché un popolo libero smetterebbe di consumare, e senza consumo l’intero castello crollerebbe.

Meglio un cittadino distratto che un pensatore scomodo.

Meglio uno schermo sempre acceso che una mente accesa.

La sinistra ha tradito la sua storia, i sindacati si sono trasformati in agenzie di servizi e i partiti operai in consorzi di professionisti della politica.

La destra non ha mai avuto l’ombra di un’intenzione diversa.

Il gioco è truccato perché i giocatori hanno scritto il regolamento prima che la partita cominciasse, e l’unica scelta che rimane alla gente è tra due marche di dentifricio o tra due volti sorridenti che si alternano al potere senza cambiare una virgola delle leggi che proteggono i ricchi.

La gente stanca e impaurita applaude, perché un applauso costa meno di un pensiero.

Il pensiero ferisce, la ferita genera coscienza e la coscienza è una malattia grave che toglie il sonno, impedisce di consumare in pace e trasforma ogni supermercato nella visione di una foresta rasa al suolo per far posto agli scaffali.

Il sistema combatte questa malattia con dosi massicce di intrattenimento, ansia artificiale e piccole paure che distolgono lo sguardo dalla grande paura.

La grande paura ha un nome semplice: questo mondo, così com’è, non ha futuro.

Lo sapevano già i poeti maledetti del secondo Ottocento, lo sanno oggi i contadini che custodiscono sementi antiche e i maestri che insegnano il nome delle piante prima del nome dei jeans.

Ma la loro voce è un sussurro in un uragano di chiacchiere.

Eppure, in mezzo alla putrefazione, qualche segno di vita resiste.

Comunità intere hanno scelto di vivere senza denaro, quartieri dove gli oggetti si scambiano invece di comprarsi nuovi, officine che riparano ciò che altri hanno già gettato via.

Ogni batterio di resistenza viene schiacciato o, peggio, assorbito e trasformato in merce, così che anche la decrescenza diventa un brand, la spiritualità si vende in cristalli e la ribellione in magliette con slogan.

Il capitale digerisce tutto, anche i suoi nemici, anche i sogni, anche la speranza.

Ma il capitale non può digerire il silenzio di chi smette di applaudire, di chi spegne lo schermo e si guarda intorno, di chi sceglie di non comprare l’ennesimo oggetto inutile.

Il punto non è disperarsi. Il punto è vedere chiaro.

Finché qualcuno crederà che questo sistema si possa riformare, resterà complice della sua lenta agonia.

Una palla di cannone non si riforma, si schiva, si abbandona, si costruisce altrove anche con le mani nude e senza permesso.

La vera rivoluzione non la vedrete in televisione, accade nelle case dove si spegne il riscaldamento per non pagare le multinazionali dell’energia, nei campi dove i semi antichi sfidano i brevetti, nei silenzi dove una persona decide di non rispondere alla provocazione.

Il re è nudo e il suo corpo è coperto soltanto dai nostri stracci.

Gettate gli stracci, uscite dalla processione.

Fermarsi è già un atto di guerra, e in questa guerra la sola arma che conta è la lucidità.

RVSCB

Bibliografia

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