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La consapevolezza, in certi pomeriggi di quiete, smette di essere una virtù per trasformarsi in un macigno che grava sulla schiena di chi osserva.

In quei momenti, lo sguardo si posa sul mondo non per come si vorrebbe che fosse, ma per ciò che tragicamente è: un palcoscenico saturo di una noia profonda e ripetitiva, dove l’essere umano sembra aver smarrito la capacità di stupirsi e, peggio ancora, di porsi domande autentiche.
Il rumore di fondo copre ogni silenzio, e la fretta di riempire il tempo con distrazioni effimere sostituisce la lentezza necessaria per guardare dentro di sé e dentro le cose. L’uomo contemporaneo corre dietro a idoli di fango, si chiude in fortezze digitali che sono in realtà prigioni, e scambia la quantità di stimoli per la qualità dell’esistenza.
La tristezza che accompagna questa constatazione non deriva tanto dalla vulnerabilità umana, quanto dalla rassegnazione con cui si accetta la bruttura. Le esistenze fotocopia, le emozioni stereotipate, i desideri indotti da algoritmi e pubblicità, tutto contribuisce a costruire una realtà parallela dove la compassione autentica è merce rara e l’indignazione si consuma in un like prima di spegnersi.
La ripetizione geometrica degli stessi errori, generazione dopo generazione, costituisce la vera noia del mondo, quella che non si cura con un viaggio o con un acquisto, ma solo con un risveglio che molti preferiscono rimandare a un domani che non arriva mai.
Il progresso, che avrebbe dovuto liberare l’uomo dalla fatica e dal dolore, ha finito per incatenarlo a nuove forme di dipendenza e di solitudine.
Questa malinconia esistenziale si trasforma in aperta indignazione quando lo sguardo si posa sulle strutture che dovrebbero sorreggere la convivenza civile.
In Italia, quel patto sociale sembra scricchiolare sotto il peso di una stupida e sistematica ingiustizia, una piaga che rode le fondamenta dello Stato e che rende vano ogni tentativo di ricostruire la fiducia dei cittadini. La magistratura, che dovrebbe essere il baluardo della legalità, in troppi casi ha smarrito la propria missione originaria, trasformando la legge in uno strumento di potere e di carriera personale.
Non si tratta solo di corruzione materiale, di favori scambiati o di fascicoli dimenticati, ma di una corruzione più profonda, quella dello spirito, che porta a considerare il diritto non come uno scudo per i deboli, ma come una clava per i forti.
L’arbitrio del potere si manifesta in sentenze che sembrano scritte col bilancino dell’opportunismo piuttosto che con quello della giustizia, dove la stessa norma viene interpretata in modi opposti a seconda delle convenienze.
La lentezza calcolata dei processi, poi, diventa una condanna preventiva che distrugge vite e reputazioni prima ancora che un verdetto venga pronunciato, trasformando l’attesa in una tortura e l’incertezza in una prigione.
A questo si aggiunge l’impunità di casta, un sistema che si auto-assolve e si protegge, impermeabile alla critica e distante anni luce dalla realtà del Paese, come se i togati appartenessero a una razza superiore, esente dalle stesse regole che applicano agli altri.
Questa ingiustizia è “stupida” perché è miope, perché chi la esercita non si rende conto che sta avvelenando l’acqua che lui stesso beve, minando la fiducia che è l’unico vero collante della società.
Crollata la fiducia nella giustizia, crolla lo Stato, e rimane solo il cinismo che trasforma i cittadini in sudditi rassegnati.
Cosa resta, dunque, a chi conserva la lucidità della consapevolezza in un contesto simile? Resta la scelta di non farsi anestetizzare, di non abdicare al diritto di indignarsi e di sperare.
La malinconia per la noia del mondo e la rabbia per le sue storture non devono diventare un rifugio per l’inerzia, ma il carburante per una resistenza morale che si alimenta della verità e della coerenza.
Essere consapevoli oggi, in Italia, significa guardare in faccia il fango della corruzione e la tristezza degli uomini, e decidere, nonostante tutto, di non assomigliargli.
Significa continuare a porre domande, a chiedere giustizia, a non accettare la mediocrità come destino.

La vera rivoluzione, in un’epoca di rassegnazione, è quella silenziosa di chi si rifiuta di abbassare lo sguardo e continua a cercare, tra le macerie di un sistema logoro, un frammento di luce che valga la pena di essere custodito.

RVSCB

Bibliografia

Calvino, Italo, Lezioni americane, Mondadori, Milano 1988.

Sciascia, Leonardo, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961.

Dostoevskij, Fëdor, Memorie dal sottosuolo, Einaudi, Torino 1968.

Pavese, Cesare, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1990.

Kierkegaard, Søren, La malattia mortale, Sansoni, Firenze 1971.

Jung, Carl Gustav, Psicologia e alchimia, Bollati Boringhieri, Torino 1998.

Pasolini, Pier Paolo, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975.

RVSCB – Archivio delle Scomode Verità, 21 giugno 2026

“Non mi interessa essere amato. Mi interessa essere letto dopo che mi avranno odiato.”


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