La paura non è il nemico ma è il maestro che nessuno ha mai voluto ascoltare
Ogni sera i notiziari portano una nuova minaccia nelle nostre case, ogni giorno i social ci mostrano le vite altrui come un giudizio implicito sulla nostra, e ogni mattina il lavoro ci chiede prestazioni sempre più alte sotto la minaccia silenziosa di essere sostituiti;
in questo frastuono di allarmi, la paura diventa una presenza così abituale che molti hanno smesso persino di riconoscerla, la chiamano stress, la chiamano ansia, la chiamano preoccupazione, ma la sostanza resta la stessa: un corpo che si tende, un respiro che si accorcia, una mente che galoppa verso scenari catastrofici, e il paradosso più crudele è che la maggior parte di queste paure riguarda eventi che non accadranno mai, eppure il corpo vive quella minaccia come se fosse già presente.
La mente umana possiede una straordinaria capacità di proiettarsi nel futuro, una facoltà che in origine serviva a pianificare la caccia e a prevedere i cambi di stagione, ma che oggi si è trasformata in un generatore inesauribile di scenari apocalittici, dove un pensiero negativo ne alimenta un altro, e l’ansia si autoalimenta in un circolo che sembra non avere uscita, e la fisiologia del corpo, quella antica macchina perfetta, non distingue tra un pericolo reale e uno immaginato, reagisce come se il leone fosse davvero lì, anche quando il leone esiste soltanto nella testa di chi lo teme.
Eppure, la paura non è un errore della natura, né un difetto di progettazione dell’essere umano, ma un antico sistema di allarme, un meccanismo di sopravvivenza che ha permesso alla nostra specie di attraversare millenni di minacce reali, e il problema non risiede nella paura in sé, bensì nel rapporto che stabiliamo con essa, perché quando ci identifichiamo con la paura, quando diciamo “ho paura” come se quella paura fosse la nostra stessa identità, trasformiamo un’emozione transitoria in una prigione permanente, dimenticando che i pensieri, per quanto minacciosi, possiedono una natura transitoria, arrivano, restano un po’, e poi se ne vanno, se solo impariamo a non aggrapparci a loro, a non trattenerli, a non alimentarli con la nostra attenzione.
La pratica che può sciogliere questo nodo è semplice, eppure richiede una costanza che la nostra epoca distratta fatica a concedere: ogni volta che la paura si presenta, fermarsi rappresenta il primo gesto, mettere una mano sul petto, sentire il battito del cuore, costituisce un ancoraggio fisico in un mare di pensieri, perché il battito è presente, è reale, è un punto fermo in un mondo che trema, e da lì, dal contatto con il corpo, il respiro diventa lo strumento per tornare a casa, per uscire dal turbine dei pensieri, per ricordarsi che la paura è solo una visita, una nuvola nel cielo della coscienza, e che il cielo resta anche quando la nuvola passa, e che chi si identifica con la nuvola perde di vista il cielo, mentre chi si riconosce come il cielo toglie alla paura il potere di paralizzare.
Le parole che alcuni hanno già scritto per se stessi – “Lascio andare ciò che non posso controllare, affido la mia vita a chi ne sa più di me” – non costituiscono una preghiera di resa, ma una dichiarazione di sovranità, un riconoscimento che esiste un centro stabile, una parte di noi che non trema, che non corre, che resta presente anche quando tutto intorno crolla, e che quella parte è sempre lì, immutabile e silenziosa, mentre i pensieri e le paure sono solo onde sulla superficie, e l’oceano, quello vero, resta sotto, profondo e indistruttibile.
Nei momenti in cui la pressione si fa più intensa, quando l’ansia stringe la gola e il respiro si fa corto, il contatto con il petto e il battito del cuore diventano un’ancora in mezzo alla tempesta, perché il battito è l’unica certezza, è presente, è reale, è il suono della vita che continua nonostante tutto, e da lì si può ricominciare, un respiro alla volta, senza fretta, senza pretendere di cancellare la paura, ma semplicemente imparando a conviverci, a lasciare che sia lei a passare, mentre noi restiamo.
Ora, chi legge può fare un respiro lento, e poi un altro ancora, e accorgersi che la paura ci sarà ancora, ma che non sarà lei a decidere, perché la presenza che abita in noi è più grande del peso che portiamo, e questa è l’unica verità che conta.
RVSCB
Bibliografia
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Tolle, Eckhart, Il potere di Adesso, Sperling & Kupfer, Milano 2001
Kabat-Zinn, Jon, Vivere momento per momento, Corbaccio, Milano 1999
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Kierkegaard, Søren, Il concetto dell’angoscia, Sansoni, Firenze 1970
Jung, Carl Gustav, Tipi psicologici, Bollati Boringhieri, Torino 1969
Eckhart, Meister, Sermoni, Adelphi, Milano 1995