La notte in cui una smart mi ha insegnato la fragilità
Il rumore dell’asfalto che si avvicina troppo veloce. Il riflesso dei fanali che all’improvviso esplode dove prima c’era solo spazio. Il corpo che ancora non capisce cosa sta succedendo, mentre già sta succedendo.
Ieri sera, mentre tornavo a casa in scooter, ho scoperto che la distanza tra “era tutto normale” e “non c’è più niente” si misura in frazioni di secondo.
Una smart è apparsa davanti a me. Non è una metafora. È apparsa, e basta.
Come se il tempo avesse deciso di fare un salto mortale e di lasciarmi sospeso in quell’intervallo assurdo in cui la mente cerca di afferrare qualcosa che i sensi hanno già registrato ma che la coscienza ancora rifiuta di accettare.
Stavo girando per immettermi sulla via. Lei stava arrivando. Non c’è spiegazione che possa riportare indietro le lancette. C’è solo il contatto, il rumore, la vertigine di un corpo che improvvisamente smette di essere il centro del mondo e diventa un oggetto inerte tra le mani di sconosciuti.
Mi hanno caricato in ambulanza. Hanno messo la spinale, il collare, quei dispositivi che conosci dalle fiction ma che quando ti stringono addosso ti fanno capire che la finzione è finita.
La notte in ospedale è stata un lungo sospeso tra macchine che emettevano bip, infermieri che passavano con le loro torce, e quella sensazione di essere contemporaneamente troppo presente e troppo assente.
I pensieri galoppavano ma il corpo era fermo, costretto a una immobilità che non avevo scelto.
Le radiografie hanno detto che tutto è a posto.
Hanno detto che posso andare a casa.
Hanno firmato un pezzo di carta e mi hanno restituito alla mia vita come se niente fosse successo.
Ma qualcosa è successo. E io non mi sento a posto.
Perché le radiografie mostrano le ossa ma non mostrano lo spostamento che ha subito l’anima in quelle frazioni di secondo.
Mostrano le vertebre ma non mostrano quel punto interno dove si è incrinata la certezza che il mondo sia un posto prevedibile.
Mostrano la salute del corpo ma non dicono nulla di quella paura che si è depositata come polvere sottile in ogni angolo della mente.
Non c’è niente di eroico in questa storia. Non c’è niente di particolarmente drammatico.
Non sono un sopravvissuto, sono un uomo che ieri sera ha sfiorato l’imprevisto e che oggi, camminando per casa con il corpo che ancora ricorda lo choc, cerca di dare un nome a quel che è accaduto.
Forse il nome è proprio questo: la fragilità.
Quella che ci portiamo dentro e che dimentichiamo finché qualcuno o qualcosa non ce la ricorda con una scossa.
Quella che abbiamo sempre saputo ma che preferiamo rimuovere per poter vivere come se fossimo immortali. Quella che ieri sera si è fatta strada tra i rumori dell’asfalto e i lampeggianti dell’ambulanza.
Oggi, mentre scrivo, il dolore è ancora lì.
Non fisico, o almeno non solo fisico.
È quel dolore che viene dal sapere che il confine tra la vita e la sua assenza è così sottile che una smart può varcarlo senza nemmeno accorgersene.
Che tutto quello che abbiamo costruito, pianificato, sognato, può essere messo in discussione da un istante di distrazione.
E che la vera sfida non è evitare l’imprevisto, ma imparare a conviverci dopo che è passato.
RVSCB
Bibliografia
Non c’è bibliografia per questa notte.
Non c’è libro che possa spiegare ciò che il corpo ha imparato da solo.
C’è solo il silenzio di una stanza, il respiro che torna lento, e la consapevolezza che domani, quando salirò di nuovo sullo scooter, ogni curva sarà un atto di fiducia.