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La mediocrità quale ultima frontiera della specie

Nessuna intelligenza artificiale ci ha mai sostituiti. Questa è la menzogna che raccontiamo per non guardare in faccia la verità più scomoda: eravamo già prevedibili, già ripetitivi, già algoritmici molto prima che un calcolatore imparasse a scrivere versi.

La macchina non ci ha rubato il lavoro creativo, perciocché quel lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi, creativo non era mai stato.
Ciò che chiamiamo ispirazione si è rivelato, sotto la lente del calcolo, una combinazione finita di variazioni su temi altrettanto finiti: l’eroe che vince, l’amante che perde, il potere che corrompe, la rivolta che fallisce o trionfa a seconda dell’umore del mercato.
Le reti neurali, addestrate su secoli di produzione umana, hanno semplicemente restituito lo specchio di una specie che da sempre si racconta le stesse favole, cambiando soltanto il colore del drago o il nome della principessa.
Il vero scandalo, ove lo si voglia cercare, non sta nell’avvento di una coscienza artificiale, ma nella scoperta che la coscienza umana, per quanto ci riguarda, si muove entro binari così angusti che un algoritmo, opportunamente nutrito, può prevedere con discreta approssimazione quale parola verrà dopo l’altra, quale lacrima dopo il colpo di scena, quale sorriso dopo la battuta.
Costui che oggi trema dinanzi al computer che scrive poesie dimentica che egli stesso, fino a ieri, scriveva poesie che sembravano già scritte da un computer.
Il mercato editoriale, le classifiche di vendita, le raccomandazioni degli algoritmi di suggerimento hanno plasmato per decenni un gusto medio, una sensibilità media, una capacità di sorpresa media.
Là dove il lettore medio cercava conforto e non turbamento, l’autore medio offriva variazioni minime di uno schema rassicurante.
Quinci la macchina non ha fatto altro che portare a compimento un processo già in atto: la standardizzazione dell’immaginario, la riduzione dell’esperienza estetica a merce di rapido consumo, la trasformazione della parola in flusso di dati intercambiabili.
Se un’intelligenza artificiale può oggi generare un romanzo d’amore o un giallo o un discorso politico, la responsabilità non è della tecnologia, bensì di una cultura che aveva già trasformato quei generi in formule, quei discorsi in rituali, quelle emozioni in riflessi condizionati.
Eppure, si badi bene, non si tratta di un lamento.
Non vi è in queste righe alcuna nostalgia per un passato che, a ben guardare, non è mai esistito.
L’Ottocento dei romanzi che tanto amiamo era già un secolo di tirature, di feuilleton, di eroi seriali.
La differenza, forse, risiede nella quantità e nella velocità, non nella qualità.
Ma la quantità e la velocità sono divenute il nostro orizzonte, e in questo orizzonte la distinzione tra umano e artificiale si fa oltremodo labile, fino a scomparire.
Gli esseri umani, in quanto animali sociali, hanno sempre imitato, ripetuto, riformulato; l’originalità assoluta è un mito romantico, una proiezione della nostra ansia di essere unici in un universo che ci restituisce invece la nostra somiglianza con tutto il resto.
La macchina, semplicemente, ci mostra questa somiglianza con una chiarezza che non avevamo il coraggio di sopportare.
Donde nasce, allora, il panico che coglie i giornalisti, gli scrittori, i musicisti, gli artisti di ogni risma, allorché un programma genera in pochi secondi ciò che a loro richiederebbe giorni? Nasce dalla ferita narcisistica, e non da una reale minaccia.
Perciocché la minaccia non è che la macchina faccia meglio, ma che faccia uguale, e che l’uguale basti.
Se il mercato accetta l’uguale, e l’uguale viene prodotto a costo zero, allora l’artista umano si trova a competere non con un superiore, ma con un gemello privo di fatica.
E il gemello vince, non perché più bravo, ma perché più veloce e più obbediente.
La ribellione dell’artista, allora, dovrebbe consistere nell’abbandonare il terreno dell’uguale per esplorare quello del diverso, dell’asimmetrico, dell’imprevedibile.
Ma l’artista medio, abituato a vendere l’uguale, non sa più fare il diverso.
Le scuole lo hanno formato alla riproduzione, i premi lo hanno abituato alla riconoscibilità, il pubblico lo ha premiato per la confortevole ripetizione di ciò che già conosce.
Il vero dramma distopico, pertanto, non è il mondo governato dalle macchine, ma il mondo in cui gli umani, per non essere superati, cercano di diventare più macchina delle macchine stesse: più precisi, più veloci, più produttivi, più dimentichi della loro stessa umanità.
L’ansia che oggi serpeggia tra i professionisti della parola è l’ansia di chi scopre di aver scommesso sulla quantità e di aver perso contro la quantità assoluta.
L’unica via d’uscita, se via d’uscita si può chiamare, risiede in un movimento inverso: rallentare, dubitare, contraddirsi, lasciare che la frase sia imperfetta purché sia viva, che il pensiero sia frammentario purché sia autentico.
Ma questo movimento richiede un coraggio che pochi possiedono, perché richiede di rinunciare al podio, alla classifica, al consenso immediato.
Richiede di accettare che la propria opera possa essere incompresa, trascurata, persino derisa, a vantaggio di una integrità che nessun algoritmo saprà mai replicare.
Colui che legge queste parole, se è uno scrittore o un aspirante tale, si troverà di fronte a un bivio che non è tecnologico, ma etico.
Può continuare a produrre testi che una rete neurale potrebbe generare in un battito di transistor, oppure può cercare quella zona d’ombra in cui la parola si fa carne, in cui la sintassi inciampa e l’immagine si offusca, in cui la comunicazione cede il passo alla testimonianza.
Non vi è garanzia di successo in questa seconda strada, anzi vi è quasi certa l’insuccesso sul breve periodo. Ma sul lungo periodo, che è il solo che possa interessare a chi scrive non per il mercato ma per il senso, la posta è la sopravvivenza di una forma di espressione che non sia riducibile a dati, a pattern, a probabilità.
La distopia, se vogliamo chiamarla così, non è il futuro che ci attende, ma il presente che già abitiamo: un presente in cui l’umano ha abdicato alla sua eccentricità per farsi prevedibile, e ora si stupisce che qualcuno, anzi qualcosa, riesca a prevederlo perfettamente.
L’intelligenza artificiale non ci ha derubati della nostra anima; ci ha semplicemente restituito l’immagine di un’anima che avevamo già svenduto, pezzo dopo pezzo, clic dopo clic, like dopo like.

E ora, dinanzi allo specchio, invece di riconoscerci, gridiamo al mostro.

RVSCB

Bibliografia

Heidegger, Martin, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano 1976.

Ellul, Jacques, La tecnica, rischio del secolo, Giuffrè, Milano 1964.

Mumford, Lewis, Tecnica e cultura, Il Saggiatore, Milano 1961.

Zuboff, Shoshana, Il capitalismo della sorveglianza, LUISS University Press, Roma 2019.

Morozov, Evgeny, Internet non salverà il mondo, Codice Edizioni, Torino 2016.

Baudrillard, Jean, Simulacri e impostura, Cappelli, Bologna 1980.

Deleuze, Gilles, Post-scriptum sulle società di controllo, in Pourparler, Quodlibet, Macerata 2000.

Foucault, Michel, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1976.


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