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La foglia e il frastuono, una lezione antica che spegne il rumore del mondo

Un uomo maturo siede su una panchina di legno in un giardino cittadino e osserva una foglia cadere. Non pensa alle scadenze del pomeriggio, non ripercorre i torti subiti in settimana, non calcola le opportunità perdute.

Guarda la foglia che scende lenta, trasportata da un vento leggero, e in quel gesto semplice ritrova una verità che i libri di filosofia non gli avevano mai saputo insegnare: la vita gli sta dicendo di occuparsi soltanto di ciò che può trattenere con le mani, di ciò che può mutare con il suo respiro, di ciò che sta dentro il perimetro angusto ma prezioso della sua volontà.
Il resto – il chiacchiericcio dei notiziari, le indignazioni orchestrate, le carriere degli altri, i giudizi di chi non lo conosce – è solo frastuono.
Non frastuono nel senso di suono fastidioso, ma frastuono nel senso di materia inerte che attraversa l’aria senza lasciare traccia.
La società contemporanea ha dimenticato questa elementare lezione di sopravvivenza spirituale.
Produce rumore come una fabbrica produce scarti, e l’uomo moderno, stordito da questa cascata ininterrotta di stimoli, ha perso la capacità di distinguere il grano dalla pula.
Il poeta latino Orazio, nei suoi Sermoni, consigliava di “sapere ciò che basta”.
Non un invito alla pigrizia, ma una strategia di chiarezza. Chi sa ciò che gli basta sa anche ciò che deve ignorare.
Chi ha compreso i confini della propria azione smette di tormentarsi per le maree che non può fermare e per i venti che non può dirigere.
La foglia che cade non si preoccupa del ramo che ha lasciato né del terreno che la riceverà.
Si affida alla leggerezza, e in quella leggerezza trova la sua forma di perfezione.
L’archivista che lavora tra carte secolari impara presto questa disciplina.
Di fronte a migliaia di documenti, non può leggerli tutti, non può restaurarli tutti, non può salvarli tutti.
Deve scegliere.
Deve concentrare le sue energie sui pezzi che davvero raccontano una storia, che davvero possono resistere al tempo.
Il resto, le polveri, le macchie, le carte illeggibili, le lascia andare. Non è una resa, è un atto di intelligenza.
La stessa intelligenza che il mondo frenetico ha rimosso per fare spazio all’ansia di onnipotenza.
Il rumore della società ha molte voci. La voce del politico che promette ciò che non potrà mantenere, la voce del venditore che trasforma un bisogno in una vergogna, la voce del vicino che giudica senza conoscere, la voce dentro la nostra testa che rimugina gli stessi errori.
Cesare Beccaria, nel suo celebre trattato, spiegava che il timore delle pene ingiuste genera più crimini della loro applicazione. Analogamente, l’ansia per ciò che non possiamo controllare genera più sofferenza degli eventi stessi. Il mercato delle paure è fiorente proprio perché l’uomo ha smesso di interrogarsi su cosa meriti davvero la sua attenzione.
La soluzione non è tecnicamente complicata, ma richiede una pratica paziente.
Ogni mattina, prima che il frastuono quotidiano prenda il sopravvento, si può tracciare un piccolo cerchio immaginario intorno a ciò che dipende da noi: il proprio respiro, il gesto gentile verso un estraneo, la scelta di leggere un libro invece di consumare un notiziario, la decisione di restare in silenzio quando la tentazione di rispondere a una provocazione si fa forte.
Ciò che cade fuori da questo cerchio – le guerre lontane, le fluttuazioni della borsa, gli scandali del potere – va osservato con distacco, come si osserva un temporale dalla finestra di una casa sicura.
Interessa, certo, ma non deve paralizzare.
Il vento del secolo sta portando via molte sicurezze. Le istituzioni scricchiolano, le fedi vacillano, le mappe del mondo vengono riscritte in fretta.
In questo mare mosso, la saggezza antica dei mistici e dei moralisti torna attuale come non mai.
Il cardinale Pietro Parolin, in una recente intervista, ricordava che la pace si costruisce nei piccoli gesti quotidiani, non nei vertici dei potenti.
È un’eco lontana della stessa lezione: concentrarsi su ciò che si può toccare, su ciò che si può cambiare con le proprie mani, su ciò che si può donare con il proprio cuore.
La foglia intanto ha toccato terra.
Un uomo la raccoglie, la guarda un istante, poi la lascia cadere di nuovo.
Il suo sguardo è sereno perché ha smesso di lottare contro i mulini a vento.
Sa che la vita gli ha regalato un potere limitato ma reale: il potere di scegliere dove posare l’attenzione.
E in quella scelta, minuscola e insieme immensa, trova una libertà che nessun rumore potrà mai scalfire.

Bibliografia

Orazio, Sermoni, lib. I, sat. 1, vv. 106-107, ed. critica a cura di F. Klingner, Teubner, Lipsiae 1939.

Marco Aurelio, Τὰ εἰς ἑαυτόν (Pensieri), lib. II, 5, ed. a cura di C. Farronato, Società Editrice Internazionale, Torino 1922.

Beccaria, Cesare, Dei delitti e delle pene, ed. princeps 1764, per i tipi di Coltellini, Livorno; citiamo dalla ristampa anastatica a cura di L. Firpo, Utet, Torino 1965.

Rosmini, Antonio, Della coscienza morale, Tipografia di Giuseppe Antonelli, Venezia 1840.

Tommaseo, Niccolò, Dizionario dei sinonimi, Seconda edizione, coi tipi di G. B. Paravia e Comp., Torino 1860.

Fogazzaro, Antonio, Piccolo mondo antico, Galli, Milano 1895 (cap. III e XII per la riflessione sul dolore e sulla rassegnazione attiva).

Verga, Giovanni, I malavoglia, Treves, Milano 1881 (in particolare la massima di padron ‘Ntoni: “L’uomo deve fare il suo dovere, e il resto venga come Dio vuole”).


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