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La bulimia dell’Occidente ha svuotato il mondo e ora la fame comincia dentro

Si compra, si possiede, si accumula. Si riempiono garage, armadi, magazzini, discariche. Si compra ciò che non serve per sostituire ciò che già si ha, che a sua volta era stato comprato per sostituire altro ancora.

L’Occidente ha trasformato il desiderio in un riflesso condizionato e la felicità in una spesa che non finisce mai. Ogni anno, nei paesi ricchi, tonnellate di oggetti ancora funzionanti vengono gettate via perché il modello nuovo ha una linea più accattivante, un colore inedito, una pubblicità più persuasiva. Questa non è economia. È bulimia. E come ogni bulimia, lascia il corpo sazio ma l’anima vuota.
Il termine non è scelto a caso. Il bulimico ingurgita senza misura e poi espelle, perché il cibo non è stato assorbito. Così l’Occidente consuma risorse come se il pianeta fosse un magazzino infinito, e poi espelle rifiuti, inquinamento, disuguaglianze. Il cibo dello sviluppo ha riempito i supermercati, ma ha anche generato un senso di nausea diffuso: la nausea di chi possiede tutto e non gode di nulla, di chi ha accesso a qualsiasi bene e si sente vuoto lo stesso, di chi vive in una abbondanza senza precedenti e soffre di depressione in proporzioni epidemiche. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti, ma quasi nessuno lo nomina.
La bulimia occidentale non produce solo rifiuti materiali. Produce scarti umani. Migliaia di persone che il sistema ha consumato e poi espulso: lavoratori bruciati dalla competizione, giovani senza futuro ma con il conto corrente pieno di debiti, anziani abbandonati in una solitudine che nessun tablet può colmare.
Il modello che prometteva benessere per tutti ha creato benessere per pochi e un malessere diffuso per molti. E la cosa più triste è che i pochi nemmeno lo sanno: sono troppo impegnati a comprare la prossima cosa per accorgersi che la felicità non era lì.
Eppure, qualcosa si muove. Non nelle aule dei potenti, non nei vertici del G20 dove si discute di plastica biodegradabile mentre si pianifica la prossima crescita infinita.
Si muove nei margini, nelle periferie, nei cortili delle case popolari, nei gruppi di acquisto solidale, nei mercati contadini che resistono alla grande distribuzione. Si muove nelle scelte silenziose di chi decide che basta, che l’ultimo smartphone può aspettare, che la carne si può ridurre, che i vestiti si possono rammendare invece che buttare. Non è una rivoluzione armata. È una rivoluzione di gesti. E i gesti, quando diventano milioni, cambiano il mondo più delle leggi.
La decrescita non è una parolaccia. È una proposta di civiltà. Significa produrre meno, consumare meno, lavorare meno, ma vivere meglio. Non è tornare alla caverna, è uscire dalla prigione dorata del consumismo. Significa riscoprire che il tempo libero non è un costo ma una ricchezza, che la relazioni umane non hanno bisogno di intermediazione tecnologica, che la bellezza non è una merce ma un respiro.
I paesi che hanno adottato indicatori di benessere alternativi al PIL hanno scoperto che si può crescere in felicità mentre l’economia rallenta. La notizia non è ancora arrivata ai telegiornali, ma è vera.
La speranza, quella vera, non è nel ritorno al passato. È nel coraggio di immaginare un futuro diverso. Un futuro in cui le città siano progettate per le persone, non per le auto. In cui l’acqua non sia una merce ma un diritto. In cui il lavoro non sia una condanna ma una realizzazione.
In cui i bambini possano giocare per strada senza che i genitori temano per la loro vita. In cui gli anziani siano ascoltati, non dimenticati. In cui la diversità sia una ricchezza, non una minaccia. Sembra un sogno, lo so. Ma tutti i sogni che hanno cambiato la storia sono sembrati impossibili fino alla vigilia della loro realizzazione.
L’Occidente bulimico ha ancora una possibilità etica.
È la capacità di ammettere che abbiamo sbagliato direzione, di invertire la rotta prima che la nave si schianti sugli scogli. Non ci sono colpevoli da processare, se non l’idea stessa che più sia meglio, che crescere sia sempre giusto, che consumare sia l’unico modo di essere felici.
È un’idea che ha ucciso il senso della misura e ha trasformato l’uomo da animale sociale a macchina desiderante. Ma le macchine, prima o poi, si fermano. Gli uomini, invece, possono ricominciare.
Non c’è bisogno di eroi. C’è bisogno di persone normali che ogni giorno fanno scelte anormali.
Comprare meno. Camminare di più. Riparare invece che sostituire. Riutilizzare invece che gettare. Ascoltare invece che parlare. Stare in silenzio invece che riempire ogni vuoto con la voce.
Piccole scelte che sembrano insignificanti e che invece costruiscono, un mattone alla volta, un altro mondo possibile. Il mondo non cambierà per un decreto.
Cambierà perché milioni di persone avranno deciso che non vale più la pena vivere in questo modo.
La bulimia occidentale ha ancora tempo per curarsi.
La consapevolezza del male è già il primo passo della guarigione. Il secondo è la pratica quotidiana della sobrietà. Il terzo è la gioia di scoprire che con meno si vive meglio.
Non è una predica, è un’evidenza che milioni di persone stanno già sperimentando. Si può essere felici senza possedere l’ultimo modello. Si può essere liberi senza dover scegliere tra cento marche diverse.
Si può essere umani senza dover consumare il mondo. Basta volerlo.
Basta smettere di credere che la felicità sia in vetrina.

Basta guardarsi dentro, dove da sempre c’è tutto ciò che serve.

Bibliografia professionale

1. Latouche, S., Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino 2008. (Manifesto della decrescita come progetto di civiltà).
2. Jackson, T., Prosperità senza crescita, Edizioni Ambiente, Milano 2011. (Analisi economica della possibilità di benessere oltre il PIL).
3. Bauman, Z., Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002. (Per la condizione di fragilità e insoddisfazione nella società dei consumi).
4. Illich, I., La convivialità, Mondadori, Milano 1973. (Critica della società industriale e proposta di strumenti conviviali).
5. Alexander, S., La politica della decrescita, Ombre Corte, Verona 2017. (Analisi politica e sociale delle alternative alla crescita infinita).
6. Klein, N., No logo, Baldini & Castoldi, Milano 2001. (Per la critica del marchio e della mercificazione dell’identità).
7. Fromm, E., Avere o essere?, Mondadori, Milano 1977. (Distinzione fondamentale tra modalità esistenziale del possesso e dell’essere).
8. D’Eramo, M., Il maiale e il grattacielo, Feltrinelli, Milano 2003. (Per l’analisi della devastazione territoriale legata al consumo di suolo).
9. Morseletto, P., La società dello spreco, Edizioni Ambiente, Milano 2020. (Saggio sul fenomeno dello spreco come struttura sistemica).
10. Rifkin, J., La civiltà dell’empatia, Mondadori, Milano 2010. (Per una possibile via d’uscita basata sulla cooperazione invece che sulla competizione).

Nota: La bibliografia segue la norma ISO 690:2010. Le date si riferiscono alle edizioni italiane di riferimento.


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