Il mondo sta bruciando e io scrivo parole che forse nessuno leggerà
La sveglia suona alle sei e mezzo, e già prima di aprire gli occhi il cervello comincia a elaborare la lista delle cose che andranno storte.
Le notizie arrivano come pacchi senza mittente, e dentro c’è sempre la stessa roba: un’altra guerra, un altro politico che promette mari e monti, un’altra ondata di caldo che trasforma le strade in fornaci e i marciapiedi in piastre elettriche.
Ogni giorno il mondo sembra trovare un modo nuovo per peggiorare, come se l’umanità avesse fatto della catastrofe un’arte e della rassegnazione una virtù.
E io, in mezzo a tutto questo, sono qui.
Seduto davanti a uno schermo bianco, con le mani sulla tastiera e la sensazione di essere l’ultimo uomo che prova a costruire un castello di sabbia mentre la marea sale.
Ma ogni mattina apro il file e comincio a scrivere.
Non perché creda di poter fermare le onde.
Perché è l’unico modo che conosco per non annegare.
Scrivere, in un mondo che ha trasformato la comunicazione in un flusso continuo di stimoli usa e getta, è un atto di resistenza.
Non di quella muscolare, urlata, da talk show.
Di quella silenziosa, ostinata, quasi imbarazzante.
È piantare un paletto nel fango e dire: io sono qui.
Mentre tutti corrono, io rallento.
Mentre tutti urlano, ascolto.
Mentre tutti riempiono ogni spazio vuoto con rumore, cerco le parole che valgono la pena di essere scritte.
E quelle parole, quando arrivano, hanno il peso delle pietre.
C’è un paradosso che mi accompagna ogni giorno.
Più il mondo diventa rumoroso, più il silenzio della scrittura acquista valore.
Più le notizie si assomigliano, più ogni tentativo di dire qualcosa di diverso si trasforma in un atto di ribellione. Ogni frase che non hai sentito ripetere mille volte, ogni pensiero che non ti è stato suggerito da un algoritmo, ogni immagine che non hai visto sfilare su uno schermo, diventa una piccola rivendicazione di sovranità.
Un modo per ricordare a te stesso, e a chi ti legge, che esiste ancora uno spazio per l’originalità, per la sorpresa, per la verità.
Ma c’è un altro aspetto, forse più importante, che riguarda il rapporto tra la scrittura e la solitudine.
Scrivere è un mestiere solitario.
Lo si fa da soli, in una stanza, con le proprie parole e i propri pensieri.
C’è solo il foglio bianco e la fatica di riempirlo.
Eppure, è proprio in questa solitudine che si nasconde la forza della scrittura. Perché quando scrivi da solo, senza la pressione di dover piacere a qualcuno, senza la tentazione di cercare il like facile, le parole diventano più vere.
So che queste parole potrebbero perdersi.
So che finiranno in qualche angolo di internet, lette da poche persone, comprese da meno.
Ma questo fatto, anziché scoraggiarmi, mi dà la misura esatta di ciò che faccio.
Scrivere senza la garanzia di essere ascoltati, senza la certezza di essere letti, senza l’illusione di essere utili, è forse l’ultimo gesto di libertà che ci rimane.
È dire che il senso di un’azione non sta nel suo risultato, ma nel suo compiersi.
Che il valore di una parola non dipende dal numero di occhi che la incroceranno, ma dalla sua capacità di essere vera.
E allora continuo.
Non perché speri di spegnere l’incendio, ma perché voglio che qualcuno, tra cent’anni, possa trovare traccia di un uomo che, mentre il mondo bruciava, aveva ancora la pazienza di mettere le parole in fila.
Che si ostinava a cercare un ordine nel caos, un senso nell’assurdo, una luce nel buio.
Che credeva ancora, con tutta la fragilità della sua condizione umana, che la scrittura potesse essere un argine.
Non per fermare il fiume, ma per ricordare che l’acqua, prima di travolgere, passa attraverso le mani di chi prova a contenerla.
Oggi, come ogni giorno, il mondo brucia.
E io, come ogni giorno, scrivo.
Ma mentre le parole prendono forma sullo schermo, mentre le frasi si susseguono e i pensieri trovano la loro strada, mi accorgo che quella sensazione di vuoto, di impotenza, di inutilità, si dissolve.
Resta solo la pagina, le parole, il tentativo di dare un senso a tutto questo.
E forse, alla fine, è proprio questo il senso: il tentativo.
Il gesto.
La scelta di non arrendersi.
RVSCB