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Il diplomatico che tesse la tela del mondo

Il Palazzo Apostolico non conosce silenzi più eloquenti di quelli che accompagnano i passi del cardinale Pietro Parolin lungo i suoi corridoi. Costui che oggi regge le fila della diplomazia vaticana da quella che è, a tutti gli effetti, la più antica e raffinata cancelleria del mondo, non ha mai amato il rumore delle dichiarazioni ad effetto né il fragore delle pose.

La sua grandezza, ove la si voglia scorgere, risiede invece in una qualità oltremodo rara nell’età del chiasso perenne: la capacità di ascoltare prima di parlare, di tessere prima di tagliare, di costruire ponti ove altri vedrebbero soltanto abissi.
Nato a Schiavon, in quella terra veneta che ha dato alla Chiesa papi e santi, il 17 gennaio 1955, Pietro Parolin ha imparato presto che la parola, quando è sorretta dalla pazienza, vale più di mille eserciti.
E questa lezione, appresa tra i banchi del seminario vinto e le aule della Pontificia Università Gregoriana dove si laureò in diritto canonico, l’ha portata con sé per tutte le tappe di una carriera che è anche, e forse soprattutto, un pellegrinaggio attraverso le ferite del mondo.
La sua vocazione, maturata in una famiglia semplice e profondamente cattolica — il padre ferramenta, la madre maestra elementare — si è temprata presto dinanzi alla fragilità della vita: la perdita del genitore, morto in un incidente stradale quando Pietro aveva appena dieci anni, gli insegnò che l’esistenza è un tessuto di assenze e di presenze, e che la fede non consiste nell’ignorare il dolore, ma nel trasformarlo in servizio. Entrato in seminario a quattordici anni, ordinato sacerdote nel 1980, Parolin intraprese ben presto la via che lo avrebbe condotto lontano dalla quiete della sua diocesi per proiettarlo sulla scena internazionale.
La Pontificia Accademia Ecclesiastica, quella che con felice espressione si potrebbe definire la “scuola degli ambasciatori del Papa”, fu il crogiuolo in cui la sua intelligenza diplomatica prese forma definitiva.
Da lì, le nunziature in Nigeria e in Messico, quindi la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, dove per dieci anni seguì i dossier più complessi della politica estera vaticana: il Vietnam, Israele, le missioni umanitarie in Africa.
E poi il Rwanda del 1993, sconvolto dalla guerra civile, che Parolin attraversò al seguito del cardinale Etchegaray: un’esperienza che gli rivelò, una volta per tutte, che la diplomazia senza cuore è solo un gioco di potere, e che il Vangelo, quando è autentico, non può che essere dalla parte degli ultimi.
Nel 2009 Benedetto XVI lo nominò arcivescovo titolare di Acquapendente e nunzio apostolico in Venezuela. Un incarico che molti lessero come un allontanamento — il classico promoveatur ut amoveatur — ma che si rivelò invece una prova di fuoco in cui Parolin dimostrò tutta la sua statura. In un paese lacerato da polarizzazioni estreme, egli lavorò con pazienza certosina per ristabilire un dialogo tra governo e Chiesa, ponendo al centro la giustizia sociale e la riconciliazione.
Non cercò lo scontro, eppure non cedette mai sul principio che la dignità umana è inviolabile.
Fu quella, forse, l’anticamera del suo destino.
Perciocché quando Papa Francesco, appena eletto, lo chiamò a ricoprire la carica di Segretario di Stato nell’agosto del 2013, non nominava un fedele esecutore, ma un interprete capace di tradurre in azione concreta il sogno di una Chiesa in uscita, missionaria, capace di parlare al mondo senza timidezze né arroganze.
Dodici anni sono trascorsi da quel giorno, e Pietro Parolin ha saputo incarnare con fedeltà e intelligenza il disegno di Francesco.
Non è stato un semplice “ministro degli esteri” — sebbene tale sia, tecnicamente, il suo ruolo — ma il braccio operativo di un pontificato che ha scosso le polveri della Curia e ha ridato slancio profetico alla missione della Chiesa.
La sua prudenza, che taluni hanno scambiato per cautela e che è invece sapienza, gli ha permesso di navigare tra le correnti più contrastanti: progressista per alcuni aspetti, conservatore per altri, egli non si è mai lasciato imprigionare in etichette che la politica moderna ama confezionare come abiti su misura.
La sua visione è più ampia, più antica, più cattolica nel senso letterale del termine: universale. Là dove altri vedono una contrapposizione tra tradizione e modernità, Parolin scorge una continuità che chiede solo di essere interpretata con intelligenza e umiltà.
La sua statura emerge con particolare evidenza allorché si volga lo sguardo alla scena internazionale. In un’epoca in cui alla giustizia è subentrata la forza e alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, la voce del cardinale Parolin si leva con chiarezza cristallina per denunciare l’ipocrisia del doppio standard e la follia della corsa al riarmo.
Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla guerra preventiva” — ha ammonito — “il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme“.
Non usa mezzi termini, costui che pure ha fatto della misura la sua cifra stilistica, e non teme di definire “utopia” la convinzione che la pace possa essere garantita dalle armi piuttosto che dagli accordi internazionali.
La sua è una diplomazia che non si accontenta della mediazione formale, ma che chiede un autentico “percorso di conversione anche per coloro che agiscono sulla scena internazionale”. Le guerre in Ucraina e a Gaza, i conflitti dimenticati, il grido dei poveri e dei profughi: tutto questo abita il suo pensiero e informa le sue parole.
Non ci sono, per lui, “morti di serie A e di serie B”, né vittime che meritano più attenzione di altre. La sacralità della vita è un principio che non ammette deroghe, e la dignità umana è un fondamento che nessun calcolo geopolitico può scalfire.
Ma la grandezza di Pietro Parolin non si esaurisce nella sua azione pubblica.
Chi lo conosce racconta di un uomo che non ha mai dimenticato le sue radici, che porta con sé la semplicità del paese natio come un talismano contro le seduzioni del potere.
La sua fede non è un ornamento, ma il motore profondo di ogni scelta; la sua preghiera non è un rituale, ma il respiro che sostiene il suo instancabile lavorio.
Nel 2014 Papa Francesco lo creò cardinale nel suo primo concistoro, e nel 2018 lo elevò all’ordine dei cardinali vescovi. Riconoscimenti che non hanno mai scalfito la sua umiltà, né alterato la sua disponibilità a servire.
Oggi, a settant’anni compiuti, egli siede tra i porporati più autorevoli del Collegio cardinalizio, e il suo ruolo di “cardinale elettore anziano” lo pone in una posizione di straordinaria responsabilità per il futuro della Chiesa. Non è un caso che il suo nome figuri in cima alla lista dei papabili: la sua esperienza, la sua visione, la sua capacità di tenere insieme fedeltà alla dottrina e apertura alle sfide del presente lo rendono una figura di equilibrio in un tempo che di equilibrio ha disperato bisogno.
Eppure, a ben guardare, la vera grandezza del cardinale Parolin non sta nelle cariche che ha ricoperto né nei pronostici che lo accompagnano.
Sta piuttosto in quella che si potrebbe definire una pedagogia della pazienza: la convinzione, radicata in anni di pratica diplomatica e alimentata dalla preghiera, che il tempo è più potente della fretta, e che le vere svolte della storia maturano nel silenzio prima ancora che nelle piazze.
Sta nella sua capacità di ascoltare le ragioni dell’altro senza rinnegare le proprie, di tendere la mano senza mai piegare la schiena, di parlare con chiarezza senza mai urlare.
In un’epoca che ha fatto della provocazione gratuita e dell’urlo una seconda natura, Parolin ricorda che la parola, quando è sorretta dalla verità e dalla carità, non ha bisogno di alzare il tono per farsi ascoltare.
La sua è una diplomazia che sa farsi “arte del possibile”, che non si lascia imprigionare in schemi preconcetti ma parte dalla realtà, “anche se, a volte, è spaventosa”.
Il lettore che abbia seguito queste righe sino alla fine avrà forse compreso che la figura di Pietro Parolin non si lascia ridurre a una semplice biografia, né a un elenco di incarichi e di onori.
Essa interpella, piuttosto, chiunque creda che la politica possa ancora essere al servizio dell’uomo e non del tornaconto, che la fede possa ancora fecondare la ragione senza soffocarla, che la parola possa ancora costruire ciò che le armi distruggono.
In un mondo che sembra aver smarrito il senso della misura e il gusto del dialogo, la presenza di un uomo come Parolin è più di una speranza: è una testimonianza vivente che un’altra via è possibile.

Che la grandezza, in fondo, non si misura né dal potere né dalla fama, ma dalla capacità di farsi ponte là dove tutti vogliono alzare muri.

RVSCB

Bibliografia

PAROLIN Card. Pietro, Sala Stampa della Santa Sede, Città del Vaticano [s.d.].

Parolin, Pietro, in Enciclopedia Treccani on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2026.

Rainews, Verso il Conclave: Pietro Parolin, segretario di Stato e fine maestro di diplomazia, Rai News, 24 aprile 2025.

Rainews, Chi è il cardinale Pietro Parolin, il “ministro degli esteri” del Vaticano, Rai News, 7 maggio 2025.

Tgcom24, Conclave 2025, chi sono i cardinali al voto: Pietro Parolin, Mediaset, 7 maggio 2025.

Gagliarducci, Andrea, L’Accademia Ecclesiastica compie 325 anni. Parolin chiede un rinnovamento nel pensiero, ACI Stampa, 19 gennaio 2026.

Piccini, Daniele, Parolin: la giustizia umana miri al pieno recupero umano e sociale del condannato, Vatican News, 14 marzo 2026.

Capelli, Benedetta, Cardinal Parolin: We need more voices calling for peace, Vatican News, 8 aprile 2026.

Parolin: ‘Se ogni Stato avesse diritto alla guerra preventiva, il mondo sarebbe in fiamme’, il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2026.


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