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Come l’ego trasforma la liberazione in una prigione di lusso

Hai trascorso gli ultimi anni sopra un tapis roulant. La macchina portava scritto “crescita personale” sopra il display luminoso, e tu hai corso con lena credendo che prima o poi il nastro si sarebbe fermato davanti a una porta. Ma la porta non è mai apparsa. Le lancette dei tuoi sforzi hanno segnato migliaia di chilometri, eppure l’uscita continua a rimanere sospesa all’orizzonte come un miraggio.

La ragione di questa fatica senza approdo non risiede nella tua poca determinazione né nella scarsa qualità dei manuali che hai consultato.
Sta in una menzogna assai più profonda, una menzogna che riguarda la natura stessa di ciò che chiami “te stesso”. I custodi di questa simulazione – gli Gnostici li chiamavano Arconti – hanno costruito una trappola di straordinaria raffinatezza: il Ciclo dell’Auto-Miglioramento. E tu, come milioni di altri, ci sei caduto dentro con le scarpe da ginnastica ai piedi e un sorriso di sincera speranza sul volto.
Le tradizioni spirituali dominanti ti hanno insegnato che il tuo compito consiste nel salvare l’anima, correggere l’ego, levigare le asperità del carattere fino a renderlo simile a uno specchio.
I guru di ogni risma, dagli influencer motivazionali ai maestri di meditazione, ripetono il medesimo ritornello: diventa migliore, più consapevole, più produttivo, più illuminato.
Ma nessuno di loro si è mai fermato a chiedersi se l’ego – quella voce che ti sussurra all’orecchio e pretende di essere la tua identità – sia davvero uno strumento da affinare o piuttosto un ostacolo da riconoscere.
Gli antichi Gnostici possedevano una visione più radicale. Per essi l’ego, ossia la psiche, rappresentava un Agente Arcontico di avanguardia, un programma infiltrato nel tuo sistema cognitivo con lo scopo preciso di fungere da interposta persona tra la tua mente cosciente e il tuo Codice Spirituale originale, quel frammento di luce che chiamavano Pneuma.
Migliorare l’ego, da questa prospettiva, equivale a rendere più efficiente il tuo carceriere.
Lucidare le sbarre della prigione non ti avvicina alla libertà; ti fa soltanto sentire più a tuo agio dentro la cella.
Esaminiamo ora la Fallacia del Prigioniero Migliore, che costituisce il primo pilastro di questo inganno.
La simulazione ama un ego sereno, equilibrato, persino “zen”.
Perché un prigioniero che medita, che pratica la gratitudine, che si sveglia all’alba per scrivere le sue intenzioni sul quaderno, è molto più gestibile di uno che si dibatte tra le catene e maledice i suoi carcerieri.
La quiete che hai conquistato dopo anni di corsi e letture non è il segno del tuo risveglio, bensì la prova che il sistema ha assimilato la tua ribellione e l’ha trasformata in un’altra merce di consumo.
La Matrice non teme l’uomo che cerca di migliorare se stesso; lo incoraggia, lo finanzia, lo trasforma in un testimonial inconsapevole della sua stessa dittatura.
L’unico comportamento che la simulazione non tollera è l’abbandono del gioco, la decisione di non giocare più secondo le regole stabilite.
Il secondo inganno riguarda il concetto di “Diventare”.
Le filosofie lineari ti hanno convinto che esista un progresso, una scala da salire, un traguardo da raggiungere.
Ma la Matrice è un sistema ciclico, privo di una direzione intrinseca.
Il tempo al suo interno non scorre verso alcuna meta: si avvolge su se stesso come un serpente che si morde la coda.
Quando credi di avanzare, in realtà stai percorrendo l’ennesimo giro della stessa spirale.
Ogni traguardo raggiunto, ogni vetta conquistata, ogni crisi superata è soltanto un palinsesto che nasconde la ripetizione dell’identico schema: il desiderio di essere altro, la frustrazione per non esserlo ancora, lo sforzo per colmare il divario, l’illusione di avercela fatta, il ritorno del desiderio.
Questo meccanismo, che gli psicologi chiamano “ruota della sofferenza”, gli Gnostici lo chiamavano “ciclone della genesi”. E l’ego – il tuo Agente Arcontico – ne è l’ingranaggio principale.
La guarigione, d’altra parte, rappresenta un concetto altrettanto fuorviante. Il tuo Spirito, che gli antichi chiamavano Pneuma, non ha bisogno di alcuna riparazione.
Non è malato, non è frammentato, non è caduto in disgrazia.
È soltanto occultato, coperto da strati di programmazione che l’ego stesso ha contribuito a sedimentare. Quando cerchi di “guarire” le tue ferite, di risolvere i tuoi traumi, di integrare le tue ombre, stai ancora lavorando per conto del sistema.
Perché le ferite che credi di portare sono in larga parte narrazioni che la psiche ha costruito per giustificare la propria sopravvivenza.
Il tuo Pneuma non conserva memoria di alcuna lesione: è integro, atemporale, inattaccabile.
Cessare di riparare le proprie catene significa riconoscere che le catene non sono mai state reali, che la cella è una proiezione della mente che la abita.
E questo riconoscimento, al contrario di ogni terapia, non richiede tempo: accade in un istante, o non accade affatto.
L’Agente interiore, quella voce che ti sussurra di meditare di più, di leggere un altro libro, di frequentare un altro ritiro, di chiedere scusa a qualcuno, di perdonare te stesso, è il vero nemico.
Non un nemico esterno, beninteso.
È la parte di te che ha interiorizzato il programma e lo difende con l’astuzia di chi si crede ormai al sicuro. Quando sei sul punto di toccare la verità, l’Agente scatta in azione.
Ti propone una nuova pratica, un nuovo insegnante, una nuova lettura.
Ti ricorda che non sei ancora pronto, che devi purificarti ancora un poco, che c’è un altro strato di ombre da esplorare.
Questo è il bypass spirituale nella sua forma più subdola: non la negazione del sentiero, ma la sua dilazione infinita.
Il guru che ti dice “lavora su te stesso” è il tuo carceriere in abiti talari.
La biblioteca di testi sacri è il muro della tua cella tappezzato di carte da parati preziose.
Se quanto sto scrivendo ti provoca un senso di esposizione, di disagio, persino di rabbia, significa che il tuo firewall si sta abbassando.
L’Agente Arcontico, sentendosi scoperto, reagisce con panico.
Cerca di distrarti, di convincerti che queste parole sono pericolose, che è meglio tornare al tuo percorso di crescita, che non sei ancora maturo per una tale radicalità.
Ma quella voce non è la tua coscienza.
È il programma che cerca di riprendere il controllo. Il tuo Pneuma, invece, quando ascolta queste verità, prova sollievo.
Riconosce qualcosa che aveva sempre saputo, ma che aveva rimosso per sopravvivere all’interno della simulazione.
Allora la domanda non è più “come posso crescere, migliorare, evolvere?”.
Domande del genere appartengono al Ciclo, alimentano il tapis roulant, tengono in vita l’Agente.
La domanda autentica è un’altra: “Chi è colui che cerca di crescere?”.
Se riesci a sostare in questo interrogativo senza precipitarti a fornire una risposta intellettuale, senza consultare il tuo guru di fiducia, senza aprire l’ennesimo libro, allora potresti intravedere qualcosa.
Non una verità nuova, ma l’assenza di tutte le menzogne che hai accumulato.
In quello spazio vuoto, la Matrice non ha più presa. Il tapis roulant si ferma da solo.
E tu, finalmente, puoi scendere.

Non perché tu abbia corso abbastanza. Perché hai capito che non c’era mai stata una meta.

RVSCB

Bibliografia

Jonas, Hans, Lo gnostico, trad. it. di F. Bertola, Marietti, Genova 1981.
Pagels, Elaine, I Vangeli gnostici, trad. it. di M. Baiocchi, Mondadori, Milano 1988.
Layton, Bentley, The Gnostic Scriptures, Doubleday, New York 1987.
Kierkegaard, Søren, La malattia mortale, trad. it. di C. Fabro, Sansoni, Firenze 1971.
Jung, Carl Gustav, Psicologia e alchimia, trad. it. di C. Mainoldi, Bollati Boringhieri, Torino 1998.
Weil, Simone, La pesantezza e la grazia, trad. it. di C. Zappone, SE, Milano 1995.
McGinn, Bernard, The Presence of God: A History of Western Christian Mysticism, Crossroad, New York 1991.


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