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Paracetamolo e ipocrisia: la pillola che non curerà mai il malessere di un’epoca

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha scoperto, con il fragore di una sentenza biblica, che gli adolescenti abusano del paracetamolo. Un numero significativo di casi di sovradosaggio intenzionale, scrivono. Effetti anche irreversibili, avvertono. Poi raccomandano ai genitori di vigilare, agli insegnanti di informare, ai medici di prescrivere con parsimonia. Bella la coreografia, ammirevole la preoccupazione. Peccato che nessuno, in questo teatrino della salute pubblica, abbia il coraggio di chiedersi perché un ragazzo di sedici anni ingoia una manciata di compresse bianche sperando di non svegliarsi più. Perché nessuno nomina la parola che brucia: la solitudine di una generazione venduta al profitto, dimenticata dai padri, tradita dalle istituzioni. Il paracetamolo, lo ripetono gli esperti, è un farmaco sicuro se usato con cautela. Sicuro come un coltello da cucina tra le mani di un bambino che ha fame di attenzione. Le case farmaceutiche lo hanno reso disponibile in ogni scaffale, in ogni cassetto, in ogni borsetta. Lo hanno pubblicizzato come il rimedio gentile per il mal di testa, il doloretto muscolare, la febbre da raffreddore. Mai una parola sui rischi del sovradosaggio, mai un avvertimento chiaro sui danni al fegato, mai una campagna che non fosse un foglietto illustrativo scritto in caratteri così piccoli da sembrare un test di acuità visiva. L’industria del dolore, quella che fattura miliardi vendendo la promessa di una vita senza fastidi, ha creato un mostro e ora fa finta di stupirsi che il mostro abbia fame. L’AIFA e l’OMS, da parte loro, hanno il compito di vigilare. E vigilano, nel senso che guardano i dati, li analizzano, li commentano. Poi emettono note, pubblicano linee guida, organizzano convegni. Ma non toccano il capitale, non sfiorano il potere, non mettono in discussione il sistema che rende il paracetamolo una merce come le patatine fritte e le lattine di Coca-Cola. Le multinazionali del farmaco hanno imparato la lezione: meglio una regolamentazione soft che lascia spazio al mercato, meglio un allarme ogni tanto per mostrare che qualcuno si preoccupa. Il resto è cinema. La vera emergenza non è il paracetamolo. È il vuoto che i ragazzi tentano di riempire con i gesti estremi. È la scuola che non ascolta, la famiglia che non c’è, lo psicologo che costa troppo, il futuro che si è trasformato in una minaccia. Gli adolescenti di oggi sono cresciuti con la pandemia, le guerre, i cambiamenti climatici, l’incertezza economica, la disgregazione dei legami. I loro miti sono influencer che vendono ansia come fosse un profumo, i loro idoli sono calciatori che guadagnano in un mese quello che un operaio non vede in una vita. In questo deserto di senso, ingoiare una manciata di compresse è un grido. Un grido che le agenzie regolatorie ascoltano solo per stilare statistiche. L’AIFA scrive che i casi di sovradosaggio intenzionale non sono aumentati nel tempo, che non ci sono evidenze di comportamenti imitativi o di sfide social. Forse non hanno capito che il male peggiore è proprio la normalità di questi gesti. Non c’è un fenomeno virale, c’è una condizione endemica. I ragazzi si fanno male da soli con la stessa naturalezza con cui i loro padri si ubriacavano al bar. Invece di interrogarsi su questa deriva, gli esperti si concentrano sul farmaco. Come se cambiando il veleno si potesse dimenticare la disperazione. La dittatura sanitaria di cui tanto si parla non è fatta di vaccini obbligatori o di green pass. È fatta di un sistema che ha medicalizzato la sofferenza, trasformando ogni disagio in un disturbo da curare con una pillola. Il paracetamolo è diventato l’aspirina del terzo millennio: lo prendi per il mal di testa, lo prendi per il mal d’amore, lo prendi per il mal di vivere. Le case farmaceutiche hanno lucrato su questa confusione, e le agenzie regolatorie hanno guardato da un’altra parte. Poi, quando i ragazzi muoiono o finiscono in terapia intensiva, parte la rituale recita del “bisogna fare di più”. Un’epoca che non sa offrire ai suoi giovani altro che ansiolitici e antidolorifici è un’epoca fallita. Un’epoca che scopre l’abuso di farmaci solo quando i numeri diventano troppo alti per essere ignorati è un’epoca ipocrita. I ragazzi che oggi ingoiano paracetamolo non sono malati di fegato. Sono malati di solitudine, di paura, di mancanza di prospettive. E nessuna pillola, per quanto potente, potrà mai guarire una generazione che ha smesso di credere che valga la pena alzarsi la mattina. Le case farmaceutiche continueranno a produrre, l’AIFA a monitorare, l’OMS a raccomandare. I ragazzi continueranno a farsi male. E noi, spettatori distratti di questo naufragio, continueremo a stupirci che un analgesico da banco possa uccidere più di un’automobile. Finché non avremo il coraggio di guardare in faccia la vera causa di questa epidemia silenziosa, ogni allarme resterà una foglia di fico sulla vergogna collettiva. E il paracetamolo, povero farmaco innocente, continuerà a fare da capro espiatorio per una società che non ha più il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

RVSCB

Bibliografia

AIFA, Nota informativa sull’uso del paracetamolo negli adolescenti, 7 maggio 2026, reperibile sul sito dell’Agenzia.

Centro Antiveleni di Pavia, Rapporto annuale sui casi di sovradosaggio da farmaci in età pediatrica e adolescenziale, Pavia 2025.

OMS, Linee guida per l’uso appropriato degli analgesici non oppioidi, Ginevra 2023.

Illich, Ivan, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, trad. it. di C. Ripa di Meana, Mondadori, Milano 1976 (cap. III sulla iatrogenesi sociale).

Benvenuti, Marco, Paracetamolo e cultura del rischio, in “Rivista di Farmacologia Clinica”, vol. 42, n. 2, 2024, pp. 87-102.

Reich, Wilhelm, La funzione dell’orgasmo, trad. it. di E. Capriolo, SugarCo, Milano 1972 (per il rapporto tra sofferenza psichica e somatizzazione).

Hessel, Stéphane, Indignatevi!, trad. it. di C. Rinaudo, La Biblioteca di Repubblica, Roma 2010 (sulla necessità di reagire al conformismo).

RVSCB – Archivio delle Scomode Verità, 7 maggio 2026

“Non mi interessa essere amato. Mi interessa essere letto dopo che mi avranno odiato.”


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