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Perché ho smesso di rispondere a tutti (e sto benissimo)

Ogni giorno, la stessa eco. Gente che parla, parla, parla. Non dice niente. Non pensa niente. Ripete copioni imparati a memoria, slogan presi in prestito, paure comprate al supermercato.

Sono milioni, un’onda stordita di disperati che si credono vivi perché fanno rumore.
E intanto chi ascolta, chi osserva, chi non ha più voglia di alzare la voce per farsi sentire, impara una lezione che nessun manuale di comunicazione insegna: a volte la risposta più potente è nessuna risposta.
Ho smesso di ribattere.
Perché ribattere significa concedere all’interlocutore il diritto di esistere nella tua testa, e io non voglio più nessuno nella mia testa.
Non per odio, non per superbia, ma per pura e semplice sopravvivenza della propria pace.
La salvezza, quella che ti vendono i guru e i motivatori, non esiste.
Almeno non come te la raccontano.
La salvezza non è un traguardo, non è una medaglia, non è un post su LinkedIn con la frase fatta.
La salvezza è un attimo di silenzio quando fuori tutti urlano.
È guardare il mondo che si agita e sentire zero.
È una scelta consapevole di sottrarsi al circo, di capire che la maggior parte delle urgenze che ci vengono propinate sono solo esche per tenerti agganciato alla macchina della rabbia e dell’indignazione perpetua.
Non devo essere niente, dimostrare nulla e nemmeno salvarmi, perché forse non c’è niente da salvare.
C’è solo un corpo che respira, una mente che ha imparato a fregarsene, e un tempo limitato che non ha alcuna intenzione di sprecarsi dietro a conversazioni che non portano da nessuna parte.
Che il prossimo mi ispiri talora ripugnanza? Sì, lo confesso.
Ma non è questo, in fondo, il punto. Il punto è che l’opinione degli altri, i loro detti, le loro opere, tutto ciò ha cessato di toccarmi.
Non ne sono responsabile, né mi appartiene.
La più lieve delle sensazioni, e forse la più dolce, è quella di sciogliersi dal vincolo di dover rispondere, replicare, emendare, persuadere.
È come liberarsi d’un cappotto troppo grave in un mattino di sole, quando l’aria è già tiepida e la pelle ritrova la sua leggerezza.
Se questo è cinismo, allora ben venga.
Almeno il cinismo non pretende affetto.
Non chiede partecipazione.
Non si offende se resti in silenzio. Il cinismo, in fondo, è solo onestà senza abbellimenti.
È dire: non ti devo niente, e tu non devi niente a me.
Possiamo incontrarci, scambiarci due parole, e poi ognuno per la sua strada senza l’obbligo di rimanere in contatto, senza il peso di dover dimostrare che ci siamo ascoltati davvero.
Ho imparato a galleggiare nel non senso.
A stare nel vuoto senza bisogno di riempirlo.
A non replicare, a non spiegare, a non convincere. E questa, lo giuro, è l’unica vera libertà che abbia mai provato.
Non cerco più nulla, non aspetto più nulla, non spero più in nessuno.
Non perché sia disilluso o amareggiato. Semplicemente perché ho scoperto che la felicità non sta nell’ottenere qualcosa, ma nel togliersi il bisogno di ottenere qualcosa.
Sta nel guardare il carosello delle opinioni, delle polemiche, delle crociate quotidiane, e scegliere di non salire su nessun cavallo.
Sto benissimo così. E non è un modo di dire.
È uno stato del corpo, una quiete dei nervi, una liquidità del pensiero che non ha prezzo.
Non ho bisogno che qualcuno mi dia ragione.
Non ho bisogno di convertire nessuno alla mia visione.
Anzi, se qualcuno si avvicina troppo con l’intenzione di “capirmi”, già mi sta stretto.
Perché non c’è niente da capire.
C’è solo da stare.
Forse è questa la vera maturità: accorgersi che la maggior parte delle battaglie non meritano nemmeno di essere iniziate.
Che dietro ogni opinione urlata c’è spesso una persona che non ha mai imparato a stare in silenzio con se stessa.
E che il lusso più grande, saturi come siamo di rumore, è concedersi il diritto di non partecipare.
Di spegnere il telefono, di chiudere la chat, di lasciare il messaggio in sospeso.
Di guardare il mondo che brucia e dire, senza cattiveria: “Non sono affari miei”.
Non è egoismo.
È una forma di igiene mentale.
E se qualcuno lo chiama indifferenza, si sbaglia.
È solo la consapevolezza che la propria energia è un bene limitato e prezioso, e che sprecarla dietro a chi non ascolta è l’unico vero peccato.
Meglio spenderla nel silenzio, nel respiro, nel gesto concreto che non ha bisogno di essere spiegato.
Meglio spenderla nel non rispondere.
E alla fine, quando tutti avranno finito di urlare, io sarò già altrove.
In pace.

E sarà bellissimo.

RVSCB


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