Roma non fu costruita in un giorno, ma con un rito sacro che nessuno ricorda più
Molto prima che il Foro diventasse un brulicare di senatori e mercanti, una città non si faceva scaricando mattoni e tracciando strade. Si faceva con il fuoco, con il sangue, con il silenzio e con la terra dei morti.
La fondazione di Roma, quella che i libri di scuola raccontano come una leggenda di lupi e gemelli, era in realtà un atto religioso meticoloso, spaventoso e bellissimo, scandito da gesti che oggi faremmo fatica a comprendere.
Eppure in quei gesti c’è l’intera anima di un popolo che non voleva solo costruire case, ma creare uno spazio sacro dove i vivi e i morti potessero finalmente abitare insieme.
Il primo gesto di Romolo, il fondatore, non fu piantare un palo o scavare una trincea. Fu scegliere il luogo. Ma non una scelta qualunque.
Allora, come in molte civiltà antiche, si credeva che il destino di un popolo dipendesse interamente dal posto in cui decideva di mettere radici.
Per questo Romolo, che era latino e aveva appreso dagli Etruschi l’arte degli auguri, non consultò oracoli né seguì animali sacri. Chiese agli dèi di parlare attraverso il volo degli uccelli.
E gli uccelli, si dice, gli indicarono il Palatino. Quel colle, oggi inghiottito dal centro di Roma, era allora un luogo selvatico dominato da boschi e pascoli, eppure era lì che doveva nascere la città eterna.
La vera fondazione cominciò con un sacrificio. Romolo offrì alle divinità, i suoi compagni si disposero intorno e accesero un fuoco con i cespugli.
Poi, uno dopo l’altro, saltarono attraverso la fiamma leggera. Non era un gioco, non era un rito scaramantico: era una purificazione.
Gli antichi credevano che il fuoco sacro potesse lavare via ogni macchia fisica o morale, e per l’atto che stavano per compiere – fondare una città, ospitare gli dèi e i morti – dovevano essere puri. Senza quella pulizia interiore nessuna fondazione sarebbe stata valida.
Oggi, dove si è perso il senso del rito, forse dovremmo ricordarcelo: anche noi, prima di iniziare qualcosa di grande, dovremmo attraversare il nostro fuoco.
Poi veniva il momento più intimo, più profondo, più facilmente fraintendibile.
Romolo scavò una piccola fossa circolare e vi gettò una zolla di terra che aveva portato con sé dalla città di Alba, la sua patria d’origine. A uno a uno i suoi compagni fecero lo stesso: ognuno gettò nella fossa un po’ di terra portata dalla propria città di provenienza.
Sembra un gesto simbolico, e lo era, ma anche un atto giuridico e religioso di una serietà totale. Perché la religione antica proibiva di abbandonare la terra dove riposavano i propri antenati; lasciare il suolo natio significava tradire i Mani, gli spiriti dei defunti.
Allora quei primi romani trovarono una soluzione geniale: portarono simbolicamente con sé la loro terra, i loro avi, la loro patria. Così, gettando quelle zolle nella fossa, portarono con sé i morti.
La fossa si chiamava mundus, e nella lingua religiosa arcaica indicava proprio la regione dei Mani, il mondo sotterraneo. Da quel buco, si diceva, tre volte l’anno le anime dei defunti uscivano per rivedere la luce. E su quella fossa Romolo eresse un altare e accese il fuoco: il primo focolare della città.
Attorno a quel focolare dovevano sorgere le case, le strade, i templi. Non prima, perché il fuoco sacro era il cuore pulsante della comunità, il punto da cui tutto partiva.
E attorno a quel fuoco Romolo tracciò un solco con un aratro speciale: il vomere era di bronzo, trainato da un toro bianco e una vacca bianca. Lui stesso, con la testa velata e in abito sacerdotale, teneva il manico dell’aratro cantando preghiere, mentre i compagni lo seguivano in religioso silenzio.
Le zolle sollevate dal vomere venivano ributtate all’interno, perché nessuna particella di quella terra sacra finisse dalla parte dello straniero. Quel solco era il pomerio, il confine inviolabile della città: saltarlo era un sacrilegio. La leggenda vuole che Remo, il fratello di Romolo, lo abbia fatto – e abbia pagato con la vita.
Ma se il solco era inviolabile, come si entrava e usciva dalla città? Semplice: in alcuni punti Romolo sollevava il vomere, lasciando degli intervalli. Quegli intervalli erano le porte, le portae, non semplici varchi fisici ma varchi sacri controllati dagli dèi.
Dietro il solco, poi, sorgevano le mura, anch’esse sacre: nessuno poteva restaurarle senza il permesso dei pontefici. Ai lati, un piccolo spazio libero, il pomoerium, restava inviolato: non si poteva né arare né costruire. Era il respiro della città, la sua zona cuscinetto con il divino.
Tutto questo rito – la scelta del luogo, il sacrificio, il salto nel fuoco, la fossa dei morti, il solco, le porte, le mura – non fu un evento una tantum.
Ogni anno i Romani lo ricordavano con una festa: il dies natalis di Roma, il giorno della nascita della città.
Un compleanno che non celebrava solo un anniversario, ma rinnovava simbolicamente l’atto di fondazione, riaccendendo il legame tra i vivi, i morti e gli dèi.
Oggi, a duemila e passa anni di distanza, quelle pratiche ci sembrano lontane, quasi irrazionali.
Eppure, se le guardiamo con attenzione, ci parlano di qualcosa che abbiamo smarrito: la consapevolezza che una comunità non nasce dal caso, ma da un atto di volontà sacrificale.
Che le nostre città, le nostre case, i nostri spazi di vita non sono semplici contenitori, ma luoghi carichi di memoria, di riti, di patti con chi ci ha preceduto. Forse non abbiamo più bisogno di tori bianchi né di fosse circolari, ma abbiamo ancora bisogno di ritrovare il nostro fuoco, la nostra terra, il nostro solco.Perché senza radici sacre anche la città più grande diventa solo un ammasso di pietre, e senza un rito che la ricordi anche la storia più gloriosa finisce nell’oblio.
RVSCB