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27 secondi all’anno: il piccolo inganno che ci fa credere di essere padroni del tempo

Ogni anno, il calendario mente. Di ventisette secondi. Non è una bugia grossolana, ma è una bugia lo stesso. Una piccola, elegante, inconfessabile approssimazione che ci permette di vivere come se fossimo padroni del tempo, mentre in realtà siamo solo inquilini di un meccanismo che non abbiamo mai davvero capito.

L’anno tropico, quello vero, quello che la Terra impiega per tornare esattamente nella stessa posizione rispetto al Sole, dura 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45,261 secondi. Il nostro calendario, quello gregoriano, ne conta 365 nel comune e 366 nel bisestile, e nel lungo periodo si attesta su una media di 365,2425 giorni.
La differenza è minima, quasi impercettibile: ventisette secondi all’anno. Ma l’accumulo di questi secondi, come la pazienza di un creditore che aspetta il momento giusto per farsi vivo, produce uno scarto di circa un giorno ogni 3.230 anni.
Non è molto, certo. Ma è abbastanza per ricordarci che il nostro tempo è un’invenzione, una stampella umana che abbiamo piantato nel terreno per non perderci nell’infinito.
L’uomo ha sempre avuto un rapporto complicato con il tempo.
Lo ha misurato con le ombre, con le clessidre, con le stelle, e poi con gli orologi sempre più precisi, come se la precisione potesse colmare il vuoto di senso.
Ma il tempo vero, quello astronomico, quello che scandisce le stagioni e i solstizi, si muove secondo un ritmo che sfugge al nostro controllo.
Il calendario gregoriano, quello che usiamo ancora oggi per organizzare le nostre vite, fu introdotto da papa Gregorio XIII nel 1582 per correggere l’errore accumulato dal calendario giuliano, che aveva sbagliato i calcoli di circa undici minuti all’anno. Ma anche Gregorio, con tutta la sua autorità papale, non riuscì a risolvere il problema alla radice. Il suo calendario era solo un po’ meno sbagliato del precedente.
E così, ancora oggi, il nostro modo di misurare il tempo continua a essere un’approssimazione, una finzione che ci permette di vivere come se fossimo padroni del tempo, ma che ci condanna a una perenne, silenziosa, impercettibile distanza dalla realtà.
Questa distanza, però, non è solo un fatto astronomico.
È anche un fatto filosofico, esistenziale.
Perché il tempo che misuriamo con i nostri orologi non è il tempo che viviamo.
Il tempo che viviamo è fatto di attimi che si dilatano e si contraggono, di istanti che sembrano eterni e di anni che passano in un soffio.
È fatto di attesa e di sorpresa, di rimpianto e di speranza.
Il tempo che viviamo non si misura in secondi, ma in battiti del cuore, in respiri, in sguardi.
E forse, la lezione di quei ventisette secondi è proprio questa: che il nostro tentativo di imbrigliare l’infinito è destinato a fallire, e che la vera saggezza non sta nel misurare il tempo, ma nel viverlo.
I Maya, che avevano un rapporto con il tempo molto diverso dal nostro, usavano calendari che si sovrapponevano e si intrecciavano, creando una trama complessa in cui il tempo non era una linea retta ma un cerchio, un ciclo che si ripeteva all’infinito.
Per loro, il tempo non era una risorsa da sfruttare, ma un mistero da abitare.
E forse, in questo, erano più vicini alla verità di quanto lo siamo noi, con le nostre agende e i nostri calendari perfettamente imperfetti.
Perché il tempo, alla fine, non è fatto di secondi e di minuti, ma di significati.

E il significato, a differenza del tempo, non si misura.

RVSCB

Bibliografia

Rovelli, Carlo, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano 2017.

Rovelli, Carlo, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014.

Heidegger, Martin, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976.

Manguel, Alberto, Il tempo che passa, Einaudi, Torino 2008.

De Toni, Fabio, Il calendario gregoriano e la riforma del tempo, in “Storia e Scienza”, vol. 12, n. 3, 2015.

Eco, Umberto, La ricerca della lingua perfetta, Laterza, Roma-Bari 1993.


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