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Sei prigioniero della tua realtà, e non lo sai

C’è una domanda che pochi hanno il coraggio di porsi, e che pure è la più importante di tutte. La realtà in cui vivi, quella che dai per scontata ogni mattina aprendo gli occhi, quella che condividi con chi ti sta intorno, quella che ti sembra così solida, così oggettiva, così indiscutibile, è davvero l’unica possibile?

O è solo una delle infinite versioni del mondo, una delle tante, una delle milioni, ciascuna diversa, ciascuna unica, ciascuna vera per chi la abita? Forse ogni essere umano vive in un mondo privato, inaccessibile agli altri, fatto di percezioni, ricordi, emozioni, pensieri che nessun altro può sperimentare allo stesso modo.
E se così fosse, se la realtà differisse da persona a persona, cosa ne sarebbe della nostra certezza di essere in contatto con il mondo vero? Cosa ne sarebbe della nostra pretesa di giudicare quella degli altri?
La scienza, oggi, ci dice qualcosa che assomiglia molto a questo. La neurobiologia ci spiega che il cervello non è una macchina fotografica che riproduce fedelmente la realtà esterna. È piuttosto un costruttore di mondi. A partire dagli stimoli sensoriali, che sono sempre frammentari e ambigui, il cervello elabora ipotesi, fa previsioni, costruisce modelli.
E il mondo che esperiamo, quello che chiamiamo realtà, è il risultato di questo processo di costruzione. Non una copia, ma una interpretazione. Non un dato, ma una creazione.
E poiché ogni cervello è diverso, perché diverse sono le esperienze passate, diverse le aspettative, diverse le connessioni neuronali, diversi sono anche i mondi che ciascuno di noi abita.
Questo non significa che non esista una realtà oggettiva, un mondo esterno indipendente da noi.
Significa che il nostro accesso a quella realtà è sempre mediato, sempre interpretato, sempre personale. Come diceva il filosofo Immanuel Kant, noi non conosciamo le cose in sé, ma i fenomeni, cioè le cose come appaiono a noi attraverso le strutture della nostra mente.
E queste strutture, sebbene universali nella specie umana, si declinano in modo unico in ogni individuo.
Ciò che vedi tu quando guardi un tramonto non è esattamente ciò che vedo io.
Ciò che provi tu quando ascolti una musica non è ciò che provo io. Ciò che pensi tu quando leggi una poesia non è ciò che penso io. Siamo vicini, condividiamo parole, gesti, emozioni. Ma i nostri mondi interiori rimangono irriducibilmente separati.
Se le cose stanno così, allora il problema della verità si complica enormemente. Possiamo ancora parlare di una realtà singolare, o dobbiamo invece parlare di realtà plurali? E se esistono realtà plurali, alcune sono più vere, più reali, più autentiche di altre? Chi lo decide? Con quale criterio? E chi ci assicura che il nostro criterio non sia a sua volta il prodotto della nostra particolare realtà, e quindi relativo, parziale, incapace di giudicare le altre?
Prendiamo il caso estremo, quello che più ci turba e ci interroga: il mondo dello schizofrenico. Per lui, quelle voci che sente sono reali. Quelle presenze che lo minacciano sono reali. Quelle connessioni che vede tra eventi apparentemente casuali sono reali. Noi diciamo che è malato, che ha perso il contatto con la realtà.
Ma forse dovremmo dire, più onestamente, che la sua realtà è così diversa dalla nostra che non possiamo più comunicare. Lui non può spiegarci la sua, noi non possiamo spiegargli la nostra.
C’è una rottura, un abisso, una incomunicabilità che noi chiamiamo malattia, ma che forse è semplicemente l’esito estremo di quel pluralismo di mondi che caratterizza ogni esistenza umana.
Non è una posizione comoda, questa. Non ci permette di sentirci dalla parte della ragione, dalla parte della verità, dalla parte della normalità.
Ci costringe a fare i conti con la nostra stessa parzialità, con i limiti della nostra prospettiva, con l’impossibilità di uscire dal nostro mondo per giudicare gli altri dall’esterno.
Ci costringe a riconoscere che ciò che chiamiamo follia potrebbe essere solo una differenza troppo grande per essere colmata, una distanza troppo ampia per essere percorsa, un linguaggio troppo diverso per essere tradotto.
La psicopatologia, del resto, ci offre molti esempi di questa difficoltà. Lo schizofrenico non è semplicemente qualcuno che sbaglia, che vede cose che non ci sono, che crede cose false. È qualcuno che abita un mondo diverso, con regole diverse, con significati diversi, con evidenze diverse. E in quel mondo, le sue esperienze sono perfettamente coerenti, perfettamente sensate, perfettamente reali.
Il problema sorge quando i due mondi entrano in collisione, quando chi abita l’uno cerca di imporre le sue regole a chi abita l’altro, quando la comunicazione si interrompe e resta solo lo scontro.
C’è un famoso passo di Dostoevskij, nei “Fratelli Karamazov”, in cui il personaggio di Ivan dice: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Potremmo parafrasare: se la realtà è plurale, se non esiste un mondo vero contro cui misurare tutti gli altri, allora ogni mondo è legittimo? Ogni esperienza è valida? Ogni convinzione è rispettabile? Non è così semplice.
Perché il pluralismo non significa relativismo assoluto. Non significa che tutte le realtà si equivalgono, che tutte sono ugualmente vere, che tutte meritano lo stesso rispetto. Significa invece che dobbiamo fare i conti con la nostra parzialità, che dobbiamo accettare il limite della nostra prospettiva, che dobbiamo imparare a dialogare con chi vede il mondo diversamente da noi, senza pretendere di avere l’ultima parola.
La tradizione fenomenologica, da Husserl a Merleau-Ponty, ci ha insegnato che la coscienza è sempre intenzionale, è sempre coscienza di qualcosa.
Ma quel qualcosa non è un dato bruto, è un correlato della coscienza stessa. Non esiste un mondo in sé, separato dall’esperienza che ne facciamo. Esiste il mondo-così-come-ci-appare, e questo apparire è sempre situato, sempre prospettico, sempre incarnato in un corpo, in una storia, in una cultura.
La verità, allora, non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si cerca insieme, nel confronto, nel dialogo, nella paziente costruzione di un terreno comune.
Forse è questo il vero significato della malattia mentale. Non l’errore, non la deviazione, non la perdita di contatto con la realtà. Ma la rottura della comunicazione. L’impossibilità di trovare un linguaggio comune, di costruire un ponte tra mondi troppo distanti. E allora il compito della cura non è tanto quello di riportare il malato alla nostra realtà, di fargli vedere le cose come le vediamo noi, di convincerlo che le sue esperienze sono false.
Quanto piuttosto quello di cercare di comprendere il suo mondo, di entrare in contatto con la sua esperienza, di trovare un terreno di incontro, per quanto piccolo, per quanto fragile, da cui ripartire insieme.
La terapia, in questa prospettiva, diventa un esercizio di traduzione. Un tentativo di gettare ponti tra mondi diversi. Un ascolto che non giudica, ma cerca di capire. Una presenza che non impone, ma si offre. E forse, in questo ascolto, in questa apertura, in questa disponibilità a lasciarsi interrogare dall’altro, possiamo scoprire qualcosa di nuovo anche su di noi.
Possiamo scoprire che anche il nostro mondo, quello che ci sembra così solido, così reale, così indiscutibile, è solo una prospettiva tra le tante. Non meno vera, non meno valida, ma neppure l’unica possibile.
Questa consapevolezza può essere spaventosa, certo. Può far vacillare le nostre certezze più profonde. Ma può anche essere liberatoria. Può aprirci all’incontro con l’altro non come nemico o come malato, ma come portatore di un mondo diverso, di una prospettiva diversa, di una verità diversa.
Può insegnarci l’umiltà di chi sa di non possedere la verità, ma solo di cercarla, insieme, passo dopo passo, dialogo dopo dialogo, incontro dopo incontro
Alla fine, forse, ciò che chiamiamo realtà non è qualcosa che si ha, ma qualcosa che si fa.
Non è un dato, ma una costruzione. Non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo. Ed è solo nell’incontro con l’altro, nello scontro e nella fusione dei nostri mondi, che possiamo sperare di avvicinarci a qualcosa che assomigli alla verità. Una verità plurale, certo. Una verità molteplice, certamente.

Ma anche una verità più ricca, più complessa, più viva di qualsiasi certezza solitaria.

RVSCB


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