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C’è una sottile, implacabile dittatura che governa la nostra esistenza senza che quasi mai ce ne accorgiamo. Non viene da fuori, non è imposta da regimi o poteri occulti, non si manifesta con divieti espliciti o minacce concrete.

È molto più subdola, molto più vicina, molto più intima.

Abita dentro di noi, parla con la nostra voce, usa i nostri stessi pensieri per tenerci prigionieri in una gabbia dorata di cui abbiamo smarrito le chiavi da tempo immemorabile.

È la mente che giudica, che etichetta, che separa, che classifica, che continuamente valuta e sentenzia senza tregua, senza sosta, senza concederci mai un attimo di autentico respiro.
Siamo ipnotizzati dalla mente, e non lo sappiamo.
Camminiamo per il mondo con gli occhi ben aperti, eppure il nostro sguardo è offuscato da una coltre sottilissima e potentissima di preconcetti, abitudini, memorie, desideri, paure, aspettative.
E tutto questo accade in un flusso così continuo, così automatico, così terribilmente naturale che abbiamo smesso da secoli, forse da sempre, di notarlo.
Crediamo di essere svegli, e invece dormiamo profondamente.
Crediamo di vedere, e invece guardiamo soltanto le proiezioni della nostra memoria, le ombre sulla parete della caverna, per dirla con l’antico filosofo.
La mente non attenta, quella che funziona in modalità pilota automatico, quella che ci accompagna dalla mattina alla sera senza che mai le chiediamo conto del suo operato, è letteralmente piena di pensieri.
Non vuota, non silenziosa, non recettiva: piena, stipata, congestionata.
Crea continuamente immagini in uno stato passivo, le applica a ciò che vede, e sulla base di quelle immagini costruisce giudizi di piacere o dolore che si depositano nella memoria come sedimenti sul fondo di un fiume. Intorno ai desideri di soddisfazione, poi, si creano illusioni, castelli di carta sempre più elaborati che scambiamo per la realtà stessa, dimenticando che sono solo nostre costruzioni, nostre proiezioni, nostri sogni a occhi aperti.
E come se questo non bastasse, come se il quadro non fosse già abbastanza complesso, la mente instaura al suo interno un punto di vista fisso, un osservatore separato, un giudice inflessibile che reagisce a tutto con un preconcetto basato su ciò che ha già imparato, su ciò che ha già vissuto, su ciò che già crede di sapere. Questa disposizione interiore, questo atteggiamento costantemente giudicante, è forse l’ostacolo più grande, la barriera più spessa che ci separa dalla possibilità di ricevere impressioni autentiche, di fare esperienza diretta della realtà così com’è, prima che la nostra mente la trasformi, la deformi, la riduca a qualcosa di già noto, già catalogato, già archiviato.
Giudichiamo noi stessi, giudichiamo gli altri, giudichiamo le situazioni, giudichiamo il tempo, giudichiamo la vita, giudichiamo persino il nostro giudicare.
Non importa cosa: giudichiamo sempre.
È la nostra occupazione principale, il nostro passatempo preferito, la nostra droga quotidiana.
C’è un aspetto quasi crudele, una sorta di ironia tragica, in questo meccanismo che ci tiene in pugno.
Non c’è un solo momento della giornata in cui smettiamo di giudicare.
Neppure quando siamo soli, nella privacy della nostra stanza, neppure quando crediamo di riposare, sprofondati in una poltrona dopo una giornata faticosa, neppure quando siamo immersi nella natura o in un’attività che amiamo, che dovrebbe rigenerarci.
Il giudizio continua, inesorabile, come un sottofondo musicale che non si ferma mai, come quel rumore bianco che c’è sempre anche nel silenzio più profondo.
E questa abitudine, che è più forte di noi, più antica di noi, più radicata di qualsiasi altra cosa, ci tiene prigionieri in una feroce schiavitù.
Siamo schiavi di quello che crediamo di sapere, prigionieri di quello che crediamo di essere, incatenati a una versione di noi stessi che abbiamo costruito pezzo per pezzo con i mattoni delle esperienze passate, delle convinzioni ereditate dalla famiglia e dalla cultura, delle identificazioni inconsapevoli con ruoli che recitiamo senza più ricordare di stare recitando.
Eppure, e questo è il punto decisivo, sotto tutto questo, al di là di tutto questo, al fondo di tutto questo, esiste qualcosa di completamente diverso, qualcosa che non abbiamo mai veramente incontrato.
C’è in noi un’energia essenziale, una presenza silenziosa, che è la base di tutto ciò che esiste, il fondamento stesso di ogni esperienza possibile.
I mistici l’hanno chiamata anima, spirito, sé profondo, coscienza pura.
I filosofi l’hanno cercata con il pensiero, senza mai raggiungerla. I poeti l’hanno intravista e cantata.
Ma noi, nella nostra vita ordinaria, non la sentiamo, non la percepiamo, perché la nostra attenzione è costantemente occupata, assorbita, risucchiata, divorata da tutto ciò che è contenuto nella memoria: pensieri che si rincorrono senza sosta, immagini che si sovrappongono in un montaggio serrato, desideri che si accendono e si spengono come fuochi fatui, delusioni che pesano come macigni, impressioni fisiche che reclamano la nostra attenzione con la pretesa dei bambini.
In questo frastuono interiore, in questo pandemonio che non concede tregua, la voce dell’essenza non riesce a farsi sentire. È come cercare di ascoltare il fruscio di una foglia che cade in mezzo a un concerto rock.
E allora ci sembra di non essere niente, ci sembra di essere solo quel flusso, solo quel rumore, solo quel chiacchiericcio incessante, solo quel teatro di ombre in cui recitiamo la nostra parte senza nemmeno più accorgerci che c’è un palco, un pubblico, un copione.
E tuttavia, in mezzo a tutto questo, in modo quasi miracoloso, qualcosa continua a parlare.
Una voce sottile, appena percettibile, un sussurro che si leva quando per un istante il rumore si attenua, ci dice di guardare, di ascoltare, di cercare seriamente e veramente.
È il richiamo della nostra parte più profonda, quella che sa, anche se non sappiamo di sapere, che esiste altro, che esiste di più, che esiste una dimensione completamente diversa dell’esperienza, accessibile proprio qui, proprio ora, se solo riuscissimo a fare silenzio.
Ma quando proviamo ad ascoltare, quando cerchiamo di volgerci verso quella voce, veniamo immediatamente bloccati, assaliti, travolti da pensieri e sentimenti di ogni genere che si precipitano a occupare ogni spazio. Prestiamo poca attenzione, o meglio, prestiamo un’attenzione ancora contaminata, ancora catturata dai contenuti, ancora prigioniera delle stesse dinamiche che vorremmo superare.
Non siamo abbastanza tranquilli da ascoltare veramente, da sentire veramente.
Quel che desideriamo conoscere, quel che intuiamo esistere al di là del velo, è più sottile, più lieve, più profondo.
E non abbiamo ancora sviluppato, non abbiamo ancora affinato, non abbiamo ancora scoperto in noi l’attenzione necessaria per coglierlo.
La questione cruciale, il punto decisivo di tutto questo percorso interiore, sta nel comprendere fino in fondo, non intellettualmente ma esistenzialmente, la differenza tra due tipi di attenzione radicalmente diversi, opposti come la luce e il buio.
Da un lato c’è l’attenzione fissa, quella che proviene solo da una parte di noi, quella che si aggrappa a un oggetto come un naufrago a un relitto e rimane lì bloccata, inchiodata, come un faro che illumina un punto e lascia tutto il resto nell’ombra più fitta.
È l’attenzione del cacciatore che segue la preda, dello scienziato che fissa il microscopio, dell’innamorato che non vede altro che l’amata.
Ha i suoi meriti, certo, ha i suoi usi, ma è limitata, parziale, escludente. Dall’altro lato c’è un’attenzione completamente diversa, un’attenzione libera, che non è attaccata a nulla, non è trattenuta da nulla, non è posseduta da nulla.
È un’attenzione che coinvolge tutti i centri contemporaneamente, che abbraccia tutto senza afferrare nulla: il pensiero, la sensazione, l’emozione, il corpo, tutto insieme, in una percezione unitaria e totale che non lascia fuori niente e nessuno.
La nostra attenzione ordinaria, quella che usiamo tutti i giorni senza nemmeno accorgercene, viene continuamente afferrata da qualcosa e rimane presa in quel movimento, imprigionata in quella dinamica.
Se ci chiediamo, ad esempio, cosa stiamo sentendo in questo preciso momento, il pensiero risponde al posto nostro, immediatamente, automaticamente, e lo fa sulla base di una conoscenza che non è affatto reale, non è affatto una conoscenza immediata, diretta, viva.
È solo rievocazione, solo memoria, solo etichetta. “Sto bene”, “sono stanco”, “ho fame”: frasi fatte, risposte preconfezionate, categorie già pronte in cui infiliamo l’esperienza come in un vestito troppo grande o troppo piccolo.
I nostri pensieri sono solo espressione di ciò che è immagazzinato nei magazzini polverosi del passato.
Non riviviamo mai davvero il nuovo, non facciamo mai esperienza diretta di ciò che accade in questo istante, perché continuamente, incessantemente, lo copriamo con ciò che già sappiamo, lo avvolgiamo in ciò che già conosciamo, lo soffochiamo sotto il peso delle nostre aspettative.
Questo pensiero è racchiuso in uno spazio angusto dentro di noi, un recinto fatto di abitudini e associazioni, un cortile chiuso da muri altissimi.
Sempre preoccupato, sempre in agitazione, sempre in apprensione, trattiene la nostra attenzione in questo spazio ristretto, isolandola dal resto di noi, dal corpo che pure abita, dal sentimento che pure prova, dalla totalità che pure è.
E così, con l’attenzione continuamente proiettata da un pensiero all’altro, da un’immagine all’altra, in un flusso ininterrotto che non conosce pause né intervalli, siamo ipnotizzati dalla mente.
Ipnotizzati nel senso più letterale del termine: non siamo noi a guidare i pensieri, sono i pensieri a guidare noi. Non siamo noi a dirigere l’attenzione, è l’attenzione a essere trascinata qua e là come un fuscello in una corrente impetuosa.
Questi pensieri, tutti i nostri desideri, gli affetti, le paure, le speranze, le delusioni, sono collegati solo attraverso abitudini o attaccamenti, che si legano l’uno all’altro in una catena senza fine, in un circolo vizioso che si auto-alimenta.
La nostra attenzione è catturata da questa corrente perché non abbiamo mai pienamente capito, mai veramente realizzato, mai esistenzialmente compreso che ci è stata data per un altro scopo.
L’attenzione non è fatta per essere schiava dei pensieri, non è fatta per vagare senza meta nel labirinto delle associazioni mentali, non è fatta per perdersi nei meandri della memoria e dell’immaginazione.
È fatta per qualcosa di molto più grande, molto più profondo, molto più vero.
È fatta per la presenza, per la consapevolezza, per l’incontro diretto con ciò che è.
Allora sorge la domanda decisiva, quella che può cambiare tutto, quella che apre uno squarcio nel muro dell’abitudine: può la mente mantenersi silenziosa durante la percezione? Può percepire senza riconoscere e dare un nome, senza cioè separarsi immediatamente in colei che guarda e ciò che è guardato, in giudice e giudicato, in soggetto e oggetto? Per ottenere questo, per realizzare questa possibilità, avremmo bisogno di un’attenzione che non conosciamo, un’attenzione nuova, un’attenzione vergine, un’attenzione che non si separa mai da ciò che osserva, che non crea distanza, che non instaura un soggetto separato dall’oggetto. Solo un’attenzione così, un’attenzione che è tutt’uno con il suo oggetto, può permetterci di fare un’esperienza totale, che non escluda nulla, che non lasci fuori nulla, che non respinga nulla.
Perché solo quando non escludiamo, non respingiamo, non selezioniamo e non preferiamo nulla a nulla, siamo veramente liberi di osservare e comprendere noi stessi nella nostra interezza, senza censure, senza filtri, senza mediazioni.
Quando il cervello può essere attivo, sensibile, desto in uno stato di immobilità attiva, quando cioè l’attività non è agitazione febbrile ma presenza vigile, non è movimento convulso ma quieta attenzione, allora accade qualcosa di straordinario, qualcosa che trasforma radicalmente il nostro modo di essere al mondo.
Si manifesta un movimento di qualità completamente diversa, che non appartiene solo al pensiero, non appartiene solo alla sensazione, non appartiene solo all’emozione.
È un movimento che coinvolge, che attraversa e che unifica tutto in una sintesi superiore.
È un movimento che conduce alla verità, a ciò che non possiamo nominare perché ogni nome sarebbe già una riduzione, una limitazione, una prigione.
In questo stato, l’attenzione è totale, piena, completa, priva di distrazioni. E in questo stato possiamo finalmente sperimentare cosa significa non sapere, cosa significa essere nell’ignoranza feconda che precede ogni conoscenza, cosa significa abitare il mistero senza pretendere di risolverlo.
Desidero vedere se sono capace di non sapere, se sono capace di sospendere per un istante il mio incessante dare nomi, se sono capace di non etichettare ciò che percepisco.
Ho una sensazione di me stesso, che i miei pensieri abituali chiamano “corpo”, ma in questo stato non so cosa sia, non ho un nome da darle, non ho una categoria in cui infilarla.
Sono consapevole delle tensioni, fino alle più piccole, quelle sottili che di solito ignoriamo completamente, quelle che scorrono sotto la soglia della percezione abituale, ma non so cosa sia la tensione, non ho una teoria, non ho una spiegazione.
E poi sento il respiro, che non conosco, che non ho mai veramente conosciuto, perché l’ho sempre solo pensato, solo nominato, solo concettualizzato, solo osservato da lontano come si osserva un oggetto.
In un corpo che non conosco, circondato da persone che non conosco, in un mondo che non conosco, immerso in un mistero che non ha nome e che forse non avrà mai nome, la mia mente finalmente si acquieta. Non perché qualcuno l’abbia zittita con la forza, non perché abbia esercitato una violenza su di lei, ma perché, di fronte al puro mistero dell’esistere, di fronte alla nuda presenza delle cose, non ha più nulla da dire, non ha più etichette da applicare, non ha più giudizi da emettere.
Tace.
Semplicemente tace.
Ed è un silenzio pieno, vibrante, vivo.
Comincio allora a vedere, con una chiarezza che non è intellettuale ma esistenziale, che non è logica ma esperienziale, che una vera conoscenza è possibile solo nel momento in cui l’attenzione è piena, quando la coscienza riempie tutto come l’acqua riempie un recipiente, quando non c’è più spazio per il dubbio perché non c’è più separazione.
Allora non ci sono più distinzioni, non c’è più separazione, non c’è più un oggetto più importante di un altro, un’esperienza più valida di un’altra, un momento più significativo di un altro.
C’è solo la pura esistenza, nuda, semplice, evidente, luminosa.
L’atto creativo, quello che dà vita a qualcosa di autentico, quello che produce opere che durano, quello che genera bellezza che consola, non è altro che la visione di ciò che accade, la percezione diretta di ciò che è, senza filtri, senza mediazioni, senza interpretazioni.
Imparo a guardare.
Finalmente, dopo una vita passata a credere di guardare, imparo a guardare.
Questa non è filosofia, non è religione, non è mistica, non è psicologia, non è auto-aiuto.
È qualcosa di più semplice e insieme di più difficile: è una possibilità concreta, accessibile a chiunque abbia il coraggio di fermarsi, di osservare il proprio funzionamento mentale, di mettere in discussione l’ipnosi quotidiana in cui siamo immersi dalla nascita.
L’invito, semplice e radicale insieme, è a sperimentare, a verificare direttamente sulla propria pelle, a non credere a nulla che non sia stato visto con i propri occhi interiori, sentito con il proprio cuore, toccato con la propria anima.
Perché la verità, quella vera, non è un concetto da imparare sui libri, non è una dottrina da ricevere da un maestro, non è una credenza da adottare per convenzione sociale.
È una realtà viva da scoprire, ogni giorno, ogni momento, ogni respiro.
E la scoperta inizia proprio qui, proprio ora, in questo preciso istante, nel momento in cui smettiamo di giudicare e iniziamo a vedere.
Nel momento in cui abbandoniamo le parole e ascoltiamo il silenzio.

Nel momento in cui lasciamo cadere le etichette e incontriamo la vita faccia a faccia.

RVSCB


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