La più grande menzogna della spiritualità
C’è un paradosso così sottile, così raffinato, che quasi nessuno lo vede. Eppure è la chiave di tutto. La ricerca della liberazione personale, quella che anima milioni di ricercatori spirituali in ogni angolo del pianeta, che riempie libri, conferenze, ritiri, ashram, corsi di meditazione, è costruita su un presupposto che nessuno mette in discussione: l’idea che ci sia qualcuno da liberare.
Un sé, un’anima, un individuo, che prima esiste in uno stato di schiavitù, di ignoranza, di sofferenza, e che poi, attraverso pratiche, sforzi, discipline, può raggiungere la libertà.
Ma se quel sé non fosse altro che un’illusione? Se il prigioniero che cerchi di liberare non fosse mai esistito? Se tutta la tua ricerca, tutto il tuo impegno, tutte le tue speranze, fossero solo un modo per rinforzare la gabbia in cui credi di essere rinchiuso?
La tradizione Advaita Vedanta, una delle più profonde e radicali scuole filosofiche dell’India, lo dice da millenni con una chiarezza sconcertante. Il sé individuale, l’ego, il “me” con la sua storia, i suoi problemi, le sue aspirazioni, è una costruzione mentale.
Un miraggio. Un sogno. E come tutti i sogni, sembra terribilmente reale finché duri, ma al risveglio scopri che non c’è mai stato nulla. Il problema è che noi cerchiamo di liberare il sogno.
Cerchiamo di rendere felice il sogno. Cerchiamo di illuminare il sogno. Ma il sogno, per sua natura, non può essere né liberato né illuminato. Può solo finire.
E quando finisce, ciò che resta non è la libertà personale, non è un sé liberato, non è un individuo realizzato. Resta ciò che è sempre stato: già libero, senza nessuno che possa reclamare quella libertà.
È un passaggio talmente radicale, talmente destabilizzante, che la mente si rifiuta di accoglierlo.
Perché se è vero, allora tutta la nostra ricerca spirituale è stata un fraintendimento.
Tutti i nostri sforzi per diventare migliori, più consapevoli, più illuminati, sono stati come correre su una ruota da criceti.
Ci tenevano occupati, ci davano un senso di scopo, ci facevano sentire in cammino, ma non portavano da nessuna parte. Perché non c’è un dove da raggiungere. Non c’è un chi che debba arrivare. Non c’è un sé da liberare.
Ramana Maharshi, il grande saggio di Arunachala, a chi gli chiedeva come raggiungere la liberazione, rispondeva con una domanda: “Chi è che cerca la liberazione?” E se l’interlocutore insisteva, tornava alla stessa domanda, ancora e ancora, fino a che l’interrogante non cominciava a vedere che il cercatore stesso era il problema.
Non la mancanza di liberazione, ma l’illusione che ci fosse qualcuno da liberare.
Non l’assenza di illuminazione, ma la convinzione di essere un individuo separato che doveva illuminarsi. Quando quel senso di separazione cade, quando l’illusione del sé individuale si dissolve, non resta nulla da raggiungere.
Perché ciò che sei sempre stato è già lì. Già libero. Già completo. Già perfetto.
Nisargadatta Maharaj, un altro grande maestro della tradizione Advaita, diceva una frase folgorante: “Il tuo errore fondamentale è credere di essere nato”.
Perché se credi di essere nato, credi anche di dover morire, e in mezzo credi di dover vivere una vita, con tutti i suoi problemi, le sue ricerche, le sue realizzazioni.
Ma se non sei mai nato come sé separato, se la tua vera natura è quella consapevolezza senza forma che precede ogni nascita e ogni morte, allora cosa c’è da cercare? Cosa c’è da raggiungere? Cosa c’è da liberare?
Questa prospettiva, così radicale, così controintuitiva, non è una filosofia da salotto.
Non è un gioco intellettuale per spiriti raffinati. È un invito a guardare in faccia la verità più semplice e più nascosta: che ciò che cerchi, lo sei già. Che la libertà che insegui è la tua stessa natura.
Che l’amore che brami è ciò di cui sei fatto. Ma finché c’è un “io” che cerca, finché c’è un soggetto che vuole raggiungere qualcosa, quella verità rimane offuscata, nascosta dietro il movimento stesso della ricerca.
È come cercare gli occhiali che hai già sul naso. È come cercare l’acqua quando sei immerso nell’oceano.
Lo sforzo per la liberazione, dice il testo che abbiamo letto, è un sogno senza fine.
Perché ogni tentativo di raggiungere la libertà ne assicura solo la continuazione.
Ogni sforzo per diventare libero rafforza l’idea che ci sia qualcuno che non lo è ancora.
Ogni passo verso l’illuminazione conferma che sei dalla parte opposta.
È un paradosso inestricabile, una trappola perfetta. E l’unica via d’uscita non è un passo in più, ma il crollo di chi sta facendo i passi.
La psicologia, oggi, conferma qualcosa di simile quando parla del paradosso del cambiamento.
Più cerchi di cambiare, più rimani intrappolato in ciò che vuoi cambiare.
Più lotti contro un sintomo, più lo rinforzi. Più cerchi di essere diverso, più confermi di non andare bene come sei. La vera trasformazione non arriva dallo sforzo, ma dall’accettazione.
Non dal lottare contro ciò che sei, ma dal permetterti di essere ciò che sei. E in quella accettazione, in quel lasciar andare, qualcosa si dissolve. E ciò che resta è più autentico, più libero, più vivo di qualsiasi cosa tu potessi raggiungere con lo sforzo.
Nella tradizione buddhista, si parla di “progetto di liberazione” come di un’ultima sottile forma di attaccamento.
L’attaccamento all’idea di diventare illuminato, di raggiungere il nirvana, di liberarsi dal samsara. E anche questo, dicono i maestri, va lasciato andare.
Perché finché c’è un progetto, finché c’è un obiettivo, finché c’è qualcuno che cerca di arrivare da qualche parte, sei ancora nella dimensione del desiderio, e il desiderio è la radice della sofferenza.
Anche se il desiderio è il più elevato, il più spirituale, il più nobile. Desiderio resta.
C’è una famosa storia zen. Un monaco chiede al maestro: “Maestro, come posso liberarmi?” Il maestro risponde: “Chi ti tiene prigioniero?” Il monaco ci pensa su e dice: “Nessuno”. E il maestro: “Allora perché cerchi la liberazione?” In quella domanda, in quel cortocircuito, si apre la possibilità di vedere. Non c’è nessuno che tiene prigioniero, e non c’è nessuno che è prigioniero.
C’è solo un’illusione, un sogno, una storia che racconti a te stesso. E quando la smetti di raccontarla, quando la smetti di crederci, cosa resta? Resta ciò che è sempre stato. Resta la vita, nella sua semplicità. Resta la consapevolezza, nella sua chiarezza. Resta l’amore, nella sua gratuità.
Questo non significa che le pratiche spirituali siano inutili. Non significa che la meditazione, la preghiera, lo studio, la devozione non servano a nulla. Servono, eccome.
Ma servono come mezzi per dissolvere l’illusione, non per raggiungere una meta.
Servono come strumenti per vedere attraverso il sogno, non per realizzare qualcosa nel sogno. Servono come vie per smascherare il cercatore, non per soddisfare la sua ricerca.
Come diceva Chuang Tzu, il grande taoista: “Quando la scarpa è adatta, il piede è dimenticato”. Le pratiche sono come scarpe. Servono finché il cammino è accidentato. Ma quando arrivi a casa, quando scopri ciò che sei sempre stato, le scarpe non servono più. E puoi lasciarle andare, con gratitudine, ma senza attaccamento.
La domanda, allora, non è: come posso liberarmi? La domanda è: chi è che cerca la liberazione? E se guardi dentro, se osservi con onestà, forse scopri che quel cercatore non è altro che un pensiero, un insieme di pensieri, una costruzione mentale.
Non qualcosa di solido, non qualcosa di reale. E quando vedi questo, quando vedi che il cercatore è parte del sogno, qualcosa si rilassa. La tensione diminuisce. La ricerca perde urgenza.
E in quello spazio che si apre, forse, per un istante, puoi intravedere ciò che è sempre stato: già libero, senza nessuno che lo reclami.
Non c’è nulla da raggiungere. Non c’è nulla da diventare. Non c’è nessun posto dove andare.
Sei già ciò che cerchi. Sei già a casa. Solo che, come nella famosa parabola di Franz Kafka, hai passato la vita a cercare la porta, senza accorgerti che era sempre stata aperta, e che tu eri già dentro.
La liberazione non è una conquista, è un riconoscimento. Non è un divenire, è un essere. Non è un futuro da attendere, è un presente da risvegliare.
E allora, forse, l’unica pratica veramente necessaria è smettere di cercare. Smettere di sforzarsi. Smettere di voler diventare qualcosa di diverso da ciò che già sei.
Non nel senso di adagiarsi nella pigrizia, ma nel senso di riconoscere che ciò che cerchi è già qui, in questo respiro, in questo battito, in questa consapevolezza che legge queste parole.
Non domani, non dopo la prossima pratica, non dopo il prossimo ritiro. Ora. Già ora. Sempre ora.
Quando quel sogno termina, dice il testo, nulla viene raggiunto, guadagnato o realizzato. Perché non c’è nessuno che possa raggiungere, guadagnare o realizzare qualcosa. C’è solo la fine di un’illusione.
E ciò che resta, ciò che è sempre stato, è questo: già libero, senza nessuno che lo reclami.
RVSCB